In un Paese in cui l’antimilitarismo è stato predicato in modo sistematico per oltre sessant’anni — sia per motivi di credo religioso sia per precise scelte ideologiche volte a indebolire strutturalmente la capacità difensiva della Nazione —, il fatto che ancora oggi il 67,5% degli italiani dichiari fiducia nelle Forze Armate ha quasi del prodigioso. È la testimonianza di un legame viscerale e indistruttibile tra i cittadini e l'istituzione militare, anche se, troppo spesso, tale consenso resta confinato all'immagine di un presidio per la sicurezza interna o per la gestione delle pubbliche calamità.
I dati emersi dalla recente ricerca dell’Università degli Studi di Genova, intitolata "Gli italiani e la Difesa" e condotta da Vincenzo Bove, Fabrizio Coticchia e Matteo Mazziotti di Celso su un campione YouGov, mettono a nudo tutte le contraddizioni del nostro rapporto con lo strumento militare.
Il paradosso della fiducia e la narrazione dell'inadeguatezza
Il dato centrale dell'indagine evidenzia una profonda spaccatura tra percezione e reale valutazione operativa: se da un lato oltre due italiani su tre nutrono fiducia nell'istituzione, solo il 35,2% la ritiene effettivamente capace di difendere il Paese da una minaccia militare esterna. A questo si aggiunge che appena il 31% della popolazione si dice disponibile a combattere in caso di attacco e soltanto il 28,2% si dichiara favorevole a un incremento della spesa per la Difesa.
Questa sfiducia nelle nostre capacità difensive è il frutto di una disinformazione diffusa e di un racconto distorto che va con decisione smentito. Le Forze Armate italiane dispongono di professionalità, addestramento e capacità tecnologiche di primissimo livello, ma decenni di narrazione rinunciataria hanno abituato l'opinione pubblica a considerarle inadeguate a compiti di alta intensità o di deterrenza.
La fine dell'illusione dello "Zio Sam" e la sfida della guerra ibrida
Nel nuovo e complesso scenario internazionale — dominato dalle dinamiche della guerra ibrida, dalle minacce cibernetiche, dalle pressioni geopolitiche sulle infrastrutture critiche e dall'instabilità dei confini europei — adagiarsi sul vecchio mito del soccorso esterno non è più una strategia sostenibile.
Bisogna capire che non è detto che arrivi sempre lo "Zio Sam" a difenderci. E, fatto ancora più rilevante, qualora lo "Zio Sam" debba intervenire direttamente per supplire alla nostra inazione o incapacità, ciò comporta inevitabilmente un prezzo altissimo in termini di sovranità nazionale. La vera autonomia strategica e politica nasce prima di tutto dalla capacità e dalla volontà manifesta di tutelare autonomamente i propri confini e i propri interessi vitali.
Costruire il consenso a partire dal 67%
Di fronte a questo scenario, la strada per i decisori politici e culturali è tracciata:
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Lavorare sul 67,5% favorevole: Occorre fare leva su questo ampio bacino di fiducia e trasformare un consenso "passivo" o limitato alle emergenze civili (come l'operazione Strade Sicure o i soccorsi per calamità) in una piena consapevolezza della funzione strategica della difesa esterna e della deterrenza.
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Accettare il dissenso fisiologico: In una società democratica e plurale, è fisiologico che esista una quota attorno al 20-30% di elettorato radicalmente contro o antimilitarista a prescindere (il sondaggio confermando infatti un 22,7% che non ritiene mai legittimo il ricorso alla forza). L'obiettivo della politica non deve essere l'unanimità impossibile, ma la costruzione di una maggioranza solida e consapevole.
Superare l'eredità dell'antimilitarismo ideologico e la disinformazione sulle nostre capacità reali è il primo e indispensabile passo per garantire all'Italia la sicurezza e la sovranità che le sfide del XXI secolo richiedono.
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