Per anni abbiamo immaginato i “cyborg” come un futuro lontano: metà biologici, metà macchina, protagonisti di romanzi e cinema. Oggi, però, la parola sta cambiando significato. Non si parla solo di esseri umani potenziati, ma di biologia trasformata in piattaforma tecnologica: organismi viventi equipaggiati con microelettronica, sensori e comunicazioni sicure, coordinati da software di autonomia collettiva. In altre parole: sciami di insetti “cyborg” che possono portare l’intelligenza artificiale dove serve davvero, nel mondo reale.
Negli ultimi anni l’AI ha fatto un salto enorme, ma con una contraddizione evidente: l’intelligenza non manca più, mentre manca spesso il modo di metterla in campo.
Il problema, sempre più riconosciuto nel settore, è che il limite non sono i modelli, bensì la distribuzione fisica (deployment): portare sensori, calcolo e connettività in ambienti complessi, ostili o logisticamente difficili—e farlo in modo continuo, sicuro e scalabile. Le piattaforme puramente meccaniche (droni e robot) sono potenti, ma spesso costose, fragili fuori dai contesti controllati, e pesanti sul piano logistico.
Ed è qui che entra in gioco una proposta radicale: rendere la biologia programmabile.

Una startup tedesca, SWARM Biotactics, sostiene di aver trasformato questo concetto in sistemi operativi: inermi “unità” biologiche (insetti) controllate tramite interfacce bioelettroniche, equipaggiate con sensori, edge AI e comunicazioni sicure, e coordinate da una piattaforma software di autonomia di sciame e mission control.
Il messaggio è chiaro: non si tratta di costruire “un drone migliore”, ma un diverso paradigma di scalabilità per l’AI fisica. Nel racconto dell’azienda, la crescita non dipende da fabbriche e catene di montaggio, ma da un principio completamente diverso: scalare attraverso l’allevamento, non attraverso la produzione industriale.
Perché gli insetti offrono una combinazione che la robotica fatica a replicare nello stesso formato:
La promessa operativa è quella di ottenere ground truth persistente (dati sul campo) in ambienti “tight, denied, high-risk”: aree ristrette, negate, pericolose, oppure perimetri estesi da sorvegliare senza alzare la soglia di rischio per gli operatori.
Il punto che ha acceso i riflettori è la notizia—rilanciata da testate del settore—secondo cui SWARM Biotactics avrebbe field-tested e “deployed” questi sistemi con clienti NATO paganti, inclusa la Bundeswehr.
Queste affermazioni compaiono anche in post pubblici attribuiti al CEO, Stefan Wilhelm, che descrive gli sciami come un risultato recente e rapidissimo: “un anno fa non esistevano”, oggi sarebbero già in uso operativo con clienti.
Un quadro coerente emerge anche da un precedente approfondimento Reuters (luglio 2025) che citava la stessa azienda e l’idea di bio-robot basati su insetti dotati di stimolazione neurale, sensori e moduli di comunicazione sicura, con possibilità di guida individuale o autonomia di sciame.

Dietro l’effetto-wow, la sostanza tecnologica è una architettura completa:
L’obiettivo dichiarato è semplice da enunciare e difficile da realizzare: portare intelligenza e sensing direttamente nei luoghi dove si prendono decisioni operative, in modo continuo e scalabile.
L’azienda dichiara di partire da difesa e sicurezza, ma con un percorso di espansione verso crisis response e ispezione infrastrutturale.
È una traiettoria classica: i contesti militari e di sicurezza hanno tre caratteristiche che accelerano l’adozione di tecnologie estreme:
Se la tecnologia dimostrasse davvero affidabilità e governance, gli stessi vantaggi potrebbero diventare decisivi anche nel civile, ad esempio:
Sul piano industriale, SWARM Biotactics aveva annunciato (già nel 2025) un totale di circa €13 milioni raccolti per portare la bio-robotica “dal laboratorio al campo”, con focus su difesa, sicurezza nazionale, disaster response e ispezioni industriali.
Gli sciami di insetti cyborg mostrano una direzione: l’intelligenza artificiale non resterà confinata negli schermi o nei data center. Si muoverà dentro edifici, sottoterra, tra le macerie, lungo i perimetri. E la partita, sempre più, non si giocherà su “chi ha il modello migliore”, ma su chi sa distribuire sensori, calcolo e decisioni nel mondo reale—con continuità, sicurezza e scala.
Se tutto questo reggerà alle prove più difficili—affidabilità, controllo, etica, sicurezza—potremmo trovarci davanti a una nuova frontiera: la biologia come infrastruttura del deployment dell’AI. E allora sì: il titolo non sarebbe più una provocazione, ma una descrizione accurata del presente.

Cyborg e AI, quando la Realtà supera la Fantascienza
Fonte: https://www.swarm-biotactics.com
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