Il recente avviso esplorativo pubblicato da Difesa Servizi per la creazione di una piattaforma televisiva e streaming proprietaria – già ribattezzata dai media la “Netflix della Difesa” – ha sollevato il tipico scetticismo dei puristi del web. C’è chi, come il noto divulgatore Mirko Campochiari (Parabellum), ha già sentenziato il “flop”, suggerendo come alternativa un più rassicurante potenziamento del canale YouTube.
Ma limitare la questione a una mera sfida di visualizzazioni o al confronto con passate e sfortunate esperienze pubbliche (come ItsArt) significa non cogliere il vero nucleo di questa iniziativa. Non si tratta solo di “fare video”, ma di presidiare un asset strategico vitale per la Nazione.
Le Forze Armate non sono un’azienda che deve vendere un prodotto, ma un’istituzione che custodisce un patrimonio immateriale immenso. In un’epoca frammentata, il mondo della Difesa ha il potenziale – e il dovere – di raccontarsi attraverso i vettori della modernità. La piattaforma legata al brand “Zona Militare Club” nasce proprio per questo: tradurre in linguaggio audiovisivo d’eccellenza concetti che rischiano di sfumare nel dibattito pubblico:
Come sottolineato da fonti interne alle Forze Armate: “Siamo donne e uomini come tutti, è giusto usare i mezzi più innovativi per raccontarci”. Dalle iniziative nello sport d’élite all’efficientamento energetico, fino alla tutela del patrimonio museale, la Difesa ha un “dietro le quinte” che merita una casa cinematografica propria, non un semplice feed algoritmico su piattaforme terze.

C’è un aspetto ancora più profondo che giustifica un canale proprietario ed esula dalle logiche commerciali di YouTube: l’ingresso nel campo cognitivo.
Oggi la sicurezza di una nazione non si difende solo ai confini fisici o nello spazio cibernetico, ma anche nel dominio delle informazioni. Dall’inizio del conflitto in Ucraina nel 2022, l’interesse per la geopolitica è esploso, ma insieme ad esso sono proliferate narrative ideologizzate, spesso pilotate dall’esterno, che puntano a destabilizzare la fiducia nelle istituzioni occidentali e a danneggiare la sicurezza nazionale.
In questo scenario, la Difesa non può delegare la sua comunicazione a creator indipendenti o ad algoritmi di piattaforme private straniere che premiano la polarizzazione e lo scontro per fare share. Una piattaforma istituzionale on-demand permette di:
Se è vero che eserciti stranieri usano YouTube con successo per il reclutamento, è altrettanto vero che l’Italia ha già dimostrato di saper fare il salto di qualità nel mercato audiovisivo mainstream. La docuserie “Vespucci, il viaggio più lungo”, prodotta con Rai Fiction e Palomar, ha dimostrato che il pubblico italiano (mezzo milione di spettatori a episodio) risponde con entusiasmo quando la qualità è cinematografica.
Abdicare a uno spazio proprietario per paura del fallimento significa rinunciare all’indipendenza editoriale. Il bando di Difesa Servizi, che prevede modelli di monetizzazione intelligenti (abbonamenti, sponsorizzazioni e sinergie con i punti vendita fisici), non è un azzardo nostalgico, ma un investimento di lungo termine per avvicinare i cittadini a chi garantisce la loro libertà. Un progetto che merita fiducia, perché la sicurezza della Nazione passa anche dalla capacità di saper raccontare la verità.

Più che una piattaforma streaming: la svolta strategica della Difesa tra valori e Sicurezza Cognitiva






