La Board of Peace ha presentato un piano da 2,45 miliardi di dollari per avviare nell'arco di sei mesi la ricostruzione e la stabilizzazione della Striscia di Gaza. La proposta è stata illustrata il 23 settembre a New York, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, e comprende 66 progetti nei settori delle infrastrutture, dei servizi pubblici, della sanità, dell'istruzione, dell'economia e della sicurezza.
Si tratta della prima fase di un programma molto più ampio. Secondo le stime presentate dalla Board, i danni materiali accumulati nella Striscia richiederanno circa 35,2 miliardi di dollari nel medio termine, mentre il fabbisogno complessivo per la ricostruzione nel prossimo decennio è stimato in circa 71,4 miliardi di dollari.
Il piano da 2,45 miliardi è quindi concepito soprattutto come uno strumento per avviare concretamente il processo e raccogliere il sostegno dei donatori internazionali.
Dalle macerie agli ospedali: 66 progetti
Gli interventi previsti spaziano dalla rimozione delle macerie alla realizzazione di alloggi temporanei, dalla riabilitazione di ospedali e scuole al ripristino delle strade e dei servizi essenziali.
Il programma comprende inoltre interventi destinati alla ripresa economica, alla connettività digitale, alla gestione dei valichi e alla ricostruzione delle strutture amministrative e giudiziarie palestinesi. Sono previste anche iniziative direttamente collegate alla sicurezza, tra cui la formazione di una nuova forza di polizia palestinese, la neutralizzazione delle infrastrutture militari e dei tunnel di Hamas e l'avvio di programmi per la consegna delle armi.
Una parte significativa degli investimenti riguarderà la futura International Stabilization Force (ISF). Secondo il piano, circa 275 milioni di dollari sarebbero destinati alla costruzione di una base permanente e protetta a Rafah, capace di ospitare fino a 5.000 uomini, mentre ulteriori 140 milioni servirebbero per reclutare, addestrare, equipaggiare e dispiegare il contingente multinazionale.
Un processo ancora in stallo
Il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025 avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza per un processo più ampio comprendente nuovi ritiri israeliani dalla Striscia, il disarmo di Hamas, l'arrivo di una forza internazionale e il trasferimento dell'amministrazione civile a un organismo palestinese tecnocratico.
A quasi un anno di distanza, tuttavia, gran parte di questi passaggi non è stata ancora completata.
Il cessate il fuoco ha ridotto l'intensità generale dei combattimenti, ma Israele mantiene il controllo militare di circa il 60% della Striscia, Hamas non ha ancora consegnato le proprie armi e la forza internazionale non è stata dispiegata sul territorio. Anche il nuovo apparato amministrativo palestinese non ha ancora assunto pienamente la gestione quotidiana di Gaza e la ricostruzione su larga scala deve ancora iniziare.
Gran parte della popolazione palestinese continua quindi a vivere in strutture temporanee, campi di tende o edifici gravemente danneggiati.
Il nodo del disarmo di Hamas
Uno degli ostacoli principali rimane la smilitarizzazione della Striscia.
Nickolay Mladenov, Alto Rappresentante per Gaza della Board of Peace, ha più volte indicato il disarmo di Hamas come una delle condizioni fondamentali per consentire il passaggio alle successive fasi del piano. Parallelamente ha chiesto a Israele di rispettare gli impegni previsti dalla roadmap, compresi ulteriori ritiri militari necessari per consentire l'avvio della ricostruzione.
«Non siamo vincolati da un calendario», ha spiegato Mladenov durante la presentazione a New York, sottolineando che l'obiettivo è assicurare che ogni passaggio del processo possa essere effettivamente attuato.
Il quadro resta quindi legato a una serie di condizioni politiche e militari ancora da realizzare: il dispiegamento della forza internazionale, il disarmo delle organizzazioni armate, l'insediamento delle nuove strutture amministrative palestinesi, il ritiro progressivo delle forze israeliane e l'ingresso su larga scala dei materiali necessari alla ricostruzione.
La forza internazionale e il piano in cinque fasi
Il Maggior Generale statunitense Jasper Jeffers, comandante designato dell'International Stabilization Force, ha illustrato un approccio articolato in cinque fasi per la progressiva smilitarizzazione e stabilizzazione della Striscia.
La fase iniziale dovrebbe prevedere il dispiegamento dei primi contingenti multinazionali con personale proveniente da Kosovo e Marocco, seguiti successivamente da unità di Albania e Kazakistan. Il Kosovo ha già formalizzato a settembre la propria partecipazione alla missione, mentre il Marocco aveva sottoscritto in precedenza un accordo di partecipazione.
Alla forza internazionale verrebbe affidato il compito di contribuire alla smilitarizzazione del territorio, alla neutralizzazione dell'infrastruttura militare di Hamas e alla stabilizzazione delle aree progressivamente trasferite sotto una nuova amministrazione palestinese.
L'obiettivo finale indicato da Jeffers è trasferire gradualmente la responsabilità della sicurezza alle nuove autorità locali, parallelamente al progressivo ritiro delle forze israeliane.
Una ricostruzione legata alla sicurezza
Il piano presentato a New York mostra quanto la ricostruzione di Gaza sia ormai strettamente collegata alla definizione di un nuovo assetto politico e di sicurezza.
I 2,45 miliardi di dollari previsti per i primi sei mesi rappresentano infatti soltanto una frazione delle risorse necessarie. Prima che possano essere avviati investimenti su larga scala dovranno essere affrontate questioni ancora aperte: dalla presenza militare israeliana al futuro delle armi di Hamas, fino al dispiegamento della forza internazionale e alla capacità del nuovo organismo palestinese di amministrare effettivamente il territorio.
La Board of Peace punta quindi a trasformare il cessate il fuoco in un processo di stabilizzazione strutturale. Ma il successo del progetto dipenderà non soltanto dalla disponibilità dei finanziamenti internazionali, bensì soprattutto dall'attuazione degli accordi politici e di sicurezza che finora hanno proceduto con grande difficoltà.
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