ORION 26 è l’esercitazione cardine con cui la Francia allena il proprio strumento militare – insieme a una vasta platea di partner – a uno scenario di conflitto ad alta intensità e “multi-dominio”. L’impianto è quello di una vera operazione: pianificazione, dispiegamento, manovra terrestre e marittima, controllo dello spazio aereo, integrazione cyber e spaziale, fino a una fase di validazione in cornice alleata. La struttura per fasi serve proprio a stressare comando e controllo, logistica e resilienza, simulando il passaggio dall’escalation ibrida allo scontro convenzionale.
Il contesto politico-strategico che accompagna ORION 26 è quello di un’Europa più esposta, con una narrativa che richiama l’aumento delle minacce sul fianco orientale e l’esigenza di prepararsi a scenari in cui contano velocità, massa e capacità di combattere in un ambiente conteso.

L’immagine più forte dell’esercitazione è la manovra aviotrasportata: paracadutisti lanciati sulla base di Coëtquidan, in Bretagna, per testare la capacità delle forze europee di operare insieme nella fase più delicata, quella della “first entry”. L’azione airborne ha coinvolto circa 1.500 paracadutisti, distribuiti tra componenti francesi e britanniche, con un’impostazione che mette al centro tre criteri operativi: rapidità d’azione, resistenza e autonomia. L’idea è che una forza aviotrasportata, una volta a terra, debba poter reggere 48–72 ore contando su risorse proprie – droni, batterie, munizioni – prima che arrivino assetti più pesanti. In dottrina, lo scopo è creare un varco locale: sbloccare un fronte tattico, guadagnare spazio e tempo e consentire la ripresa della manovra con forze maggiori.

In questo quadro si inserisce la partecipazione italiana più significativa sul piano terrestre: una compagnia della Brigata Paracadutisti “Folgore” si è lanciata insieme ai paracadutisti britannici. Non è un dettaglio simbolico: un lancio misto mette alla prova interoperabilità reale – procedure condivise, standard di sicurezza, tempi di concentramento a terra, capacità di inserirsi subito in un comando tattico multinazionale – cioè ciò che conta quando il “primo giorno” decide l’andamento dell’intera campagna. E infatti la dimensione multinazionale è percepibile anche nel racconto operativo: a bordo degli stessi velivoli, personale di nazioni diverse opera fianco a fianco, con l’obiettivo di trasformare l’alleanza da concetto politico a pratica quotidiana.

La partecipazione italiana non si ferma alla dimensione aviotrasportata. ORION 26 ha una componente marittima di primo livello, costruita attorno alla capacità francese di proiezione aeronavale e alla conquista della superiorità in mare come prerequisito per sostenere l’operazione complessiva. In questo dispositivo si colloca la presenza della Marina Militare con il cacciatorpediniere lanciamissili Nave Andrea Doria, integrato nel gruppo aeronavale francese: un contributo che rafforza la difesa aerea d’area, l’interoperabilità nelle procedure di comando e la capacità della coalizione di gestire uno spazio di battaglia aeronavale complesso.
Lo scenario di ORION 26 è costruito con nomi fittizi (“Arnland” contro “Mercury”), ma la funzione è concreta: fornire un quadro coerente per addestrare tutte le dimensioni della crisi – dalla pressione ibrida all’escalation – e verificare che una coalizione possa schierarsi rapidamente, combattere in modo integrato e sostenere l’urto iniziale. In questa logica, il lancio paracadutista e l’integrazione navale non sono episodi separati: sono due facce della stessa esigenza, entrare in teatro, tenere il terreno, aprire lo spazio operativo e poi far affluire la massa necessaria a stabilizzare e dominare il conflitto.

ORION 26: la Francia si prepara all’alta intensità con una coalizione di 24 alleati. L’Italia tra Folgore e Marina Militare






