Nel Regno Unito l’allarme droni è diventato un tema di sicurezza nazionale con numeri che parlano da soli: nel 2025 sono stati segnalati 266 incidenti con “Uncrewed Aerial Vehicles” (UAV) nelle vicinanze di siti del Ministero della Difesa, più del doppio rispetto ai 126 del 2024.
Da qui la scelta politica: rafforzare la capacità di reazione immediata sul terreno, senza dipendere ogni volta dall’intervento delle forze di polizia.

Con le misure inserite nell’Armed Forces Bill, il governo britannico intende attribuire a personale autorizzato della Difesa nuovi poteri per individuare, contrastare e “neutralizzare” droni ritenuti minacciosi in prossimità dei siti militari, senza dover attendere l’assistenza della polizia.
La novità non riguarda solo i droni aerei: il quadro proposto include anche droni terrestri e marittimi (anche operabili “on or under water”), riconoscendo che la minaccia non è più confinata al cielo.
Il contesto è quello di una sicurezza “a strati”: restrizioni di spazio aereo su decine di siti, sistemi di sorveglianza e monitoraggio integrati, investimenti in tecnologie anti-drone.
In altre parole: non solo tecnologia, ma un perimetro giuridico chiaro che permetta a chi difende le basi di agire in tempi compatibili con la natura della minaccia.
Anche in Italia la disponibilità di droni civili sempre più performanti, economici e facili da usare ha cambiato il rischio: sorvoli non autorizzati, attività dimostrative, azioni ostili o “ibride”, fino all’ipotesi di attacchi a infrastrutture critiche e obiettivi militari. Non è un caso che, a livello UE, la Commissione abbia appena pubblicato un Action Plan su drone e counter-drone security, chiedendo di rafforzare prevenzione, rilevamento e risposta coordinata.
L’Italia, inoltre, sta già investendo in capacità: esistono programmi e iniziative parlamentari e amministrative che citano sistemi anti-drone, ad esempio per l’ambito navale.
Ma la tecnologia, da sola, non basta se catena di comando, competenze e poteri d’intervento non sono definiti con precisione: quando compare un drone sospetto, ogni minuto conta e l’incertezza normativa rischia di tradursi in ritardo operativo.
Il modello britannico parte da un principio pragmatico: se l’evento avviene dentro o a ridosso di un perimetro militare, la Difesa deve poter proteggere i propri siti e operazioni con procedure e strumenti autorizzati, evitando rimpalli o “zone grigie” tra enti.
In Italia, invece, la gestione del rischio droni tende a spezzettarsi tra norme aeronautiche (ENAC/quadri UAS), ordine pubblico, esigenze militari e protezione di infrastrutture civili: è un mosaico che funziona finché l’incidente è “semplice”, ma diventa fragile quando la minaccia è rapida, coordinata o deliberatamente ostile.

Adottare provvedimenti analoghi non significa militarizzare lo spazio pubblico, ma rendere credibile la deterrenza e proteggere obiettivi sensibili. Una proposta italiana dovrebbe includere almeno cinque pilastri:
Questa impostazione è perfettamente coerente con la traiettoria europea: il Piano della Commissione chiede capacità migliori di detection e risposta, oltre a un quadro più coordinato tra Stati membri.
Il Regno Unito ha scelto di reagire ai numeri e all’evoluzione della minaccia con una risposta netta: poteri operativi alla Difesa + investimenti + procedure.
L’Italia non parte da zero sul piano tecnologico e industriale, ma oggi la priorità è colmare il vuoto decisionale che può emergere nei minuti cruciali di un allarme.
Serve una legge (o un pacchetto normativo) che dica chiaramente chi può fare cosa, dove, con quali strumenti e sotto quali controlli. Perché i droni non aspettano circolari: entrano, osservano, disturbano o colpiscono. E uno Stato moderno deve poter rispondere con la stessa velocità, senza ambiguità.

Minaccia Droni vicino alle basi: il Regno Unito rafforza i poteri dei militari. E Italia?






