Un report di Maticmind segnala un’intensificazione delle attività cyber legate a Teheran: oltre 600 rivendicazioni in una settimana. Non solo sabotaggio, ma soprattutto pressione psicologica, infiltrazione e spionaggio strategico.
La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti non si combatte soltanto nei cieli del Medio Oriente. Da tempo, infatti, un secondo fronte si è aperto con crescente intensità nel cyberspazio, dove Teheran sembra muoversi secondo una logica precisa: seminare caos, aumentare la pressione sugli avversari e costruire strumenti di coercizione da usare nel tempo.
A fotografare questa escalation è un report di Maticmind, società italiana del gruppo Zenita specializzata in sicurezza informatica. Secondo l’analisi, negli ultimi sette giorni si è registrata una crescita significativa dell’attività cybercriminale riconducibile all’Iran: oltre 600 rivendicazioni di attacco, con un picco superiore alle 50 al giorno, attribuite a 47 diversi attori e rivolte contro obiettivi sensibili in 11 Paesi.
Tra i bersagli più colpiti figurano Israele e Stati Uniti, seguiti da Arabia Saudita, Giordania e Kuwait. Ma il raggio d’azione sembra allargarsi anche oltre il Medio Oriente. Nel mirino sarebbero finiti anche il Canada, per via del sostegno politico espresso a Washington e Tel Aviv, e altri Paesi europei e NATO con posizioni pubbliche considerate allineate agli interessi occidentali.

Alla base di questa offensiva c’è quella che Maticmind definisce “Jang-e-Ashub”, ovvero “guerra e caos”. Non si tratta, secondo il report, di una strategia pensata per vincere un conflitto con un singolo colpo decisivo, ma piuttosto di una forma di pressione continua, psicologica e negoziale.
Il modello si sviluppa in più fasi. La prima è quella degli attacchi dimostrativi, come i wiper contro obiettivi israeliani o sauditi, utili a mostrare la capacità di risposta iraniana senza arrivare a uno scontro militare diretto. A questa segue una fase di amplificazione della minaccia, in cui si alimenta la percezione di un attacco imminente e si cerca di destabilizzare l’avversario.
L’ultimo passaggio è il più delicato: l’infiltrazione silenziosa dei sistemi informatici dei Paesi colpiti per ottenere accessi persistenti e dormienti, da attivare al momento opportuno. In questo modo il cyber diventa una leva di pressione indiretta, uno strumento da usare nei momenti di maggiore tensione politica o militare.
Per le organizzazioni europee, osserva Maticmind, il rischio più immediato non sarebbe tanto quello di un blackout improvviso, quanto piuttosto quello di uno spionaggio prolungato e dell’esposizione della supply chain cloud.
Dietro il rumore delle rivendicazioni e l’impatto mediatico degli attacchi, l’obiettivo principale sembra essere uno solo: raccogliere informazioni strategiche.
Gruppi vicini a Teheran come APT34, MuddyWater o Charming Kitten sono stati più volte associati a operazioni persistenti all’interno di reti governative, energetiche e militari in vari Paesi del Medio Oriente. In molti casi, questi attori hanno mantenuto l’accesso alle infrastrutture compromesse per mesi, se non anni, con l’obiettivo di sottrarre dati sensibili relativi a capacità militari, negoziati diplomatici e asset tecnologici strategici.
Il tratto distintivo dell’approccio iraniano, sottolinea il report, è proprio questa gradualità: accessi silenziosi, raccolta di informazioni, consolidamento della presenza e costruzione di margini di pressione da spendere quando il contesto lo rende utile.
Più che una super arma capace di produrre effetti spettacolari e immediati, il cyber iraniano appare dunque come uno strumento di influenza strategica: meno visibile di un missile, ma potenzialmente altrettanto efficace nel logorare un avversario, minarne la fiducia e aumentare il costo politico del confronto.

In questo scenario, il cyberspazio si conferma sempre più come un terreno di scontro cruciale. Non solo per la possibilità di colpire infrastrutture e sistemi sensibili, ma soprattutto perché consente di esercitare pressione continua senza oltrepassare apertamente la soglia della guerra convenzionale.
È in questa zona grigia, fatta di sabotaggi limitati, infiltrazioni, propaganda e spionaggio, che l’Iran sembra voler giocare una parte decisiva della sua partita regionale e internazionale. Una partita in cui il caos non è un effetto collaterale, ma una strategia deliberata.






