Quando oggi si parla di droni militari, ricognizione in tempo reale e individuazione degli obiettivi, il pensiero corre inevitabilmente all’Ucraina, a Gaza o ai più recenti conflitti in Medio Oriente.
Eppure, oltre quarant’anni fa, nei cieli del Libano, Israele aveva già iniziato a utilizzare velivoli senza pilota come parte integrante delle proprie operazioni militari. Durante la guerra del 1982, i piccoli Tadiran Mastiff e IAI Scout vennero impiegati per osservare il campo di battaglia, localizzare obiettivi, seguire gli spostamenti delle forze nemiche e trasmettere immagini ai comandi israeliani.
Non erano droni armati, non trasportavano missili e non somigliavano ai quadricotteri FPV che oggi inseguono uomini e mezzi nelle trincee.
Il loro compito era vedere senza esporre un pilota, fornendo aerei, artiglieria e comandanti una conoscenza del terreno molto più rapida rispetto ai tradizionali voli di ricognizione.
La documentazione storica più dettagliata riguarda soprattutto il loro impiego nella valle della Beqaa, contro le batterie antiaeree siriane.

L’interesse israeliano per i velivoli senza pilota non nacque nel 1982. Già tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta Israele aveva sperimentato piccoli aeromodelli dotati di macchine fotografiche e aveva acquistato dagli Stati Uniti droni Ryan Firebee. Durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 furono utilizzati anche velivoli bersaglio e droni-esca per ingannare le difese egiziane e siriane, costringendole ad accendere i radar o a consumare missili contro obiettivi privi di pilota.
Quella guerra aveva mostrato quanto fossero pericolosi i sistemi antiaerei di produzione sovietica: l’aviazione israeliana subì perdite significative e comprese che la superiorità dei propri piloti non bastava più. Prima di attaccare era necessario individuare i radar, riconoscere le frequenze utilizzate, seguire gli spostamenti delle batterie mobili e trasmettere rapidamente queste informazioni a chi avrebbe dovuto colpirle.
Nella seconda metà degli anni Settanta l’industria israeliana sviluppò quindi due velivoli destinati a cambiare la storia degli UAV: il Mastiff, prodotto dalla Tadiran, e lo Scout, realizzato dalla Israel Aircraft Industries. Erano piccoli aerei con elica posteriore, doppia trave di coda e sistemi elettro-ottici installati nella parte inferiore della fusoliera.
Potevano rimanere in volo per diverse ore e inviare immagini video alla stazione di controllo.
Il Mastiff entrò in servizio nel 1978, mentre lo Scout venne introdotto poco dopo. Vennero utilizzati nelle missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione contro le organizzazioni palestinesi presenti nel Libano meridionale e per monitorare il crescente schieramento siriano nella valle della Beqaa.
La novità non era soltanto il velivolo, ma la possibilità di integrare ciò che vedeva con la catena di comando, l’artiglieria, l’aviazione e la guerra elettronica.

La dimostrazione più clamorosa avvenne il 9 giugno 1982, durante l’operazione israeliana conosciuta come Mole Cricket 19. Nella valle della Beqaa la Siria aveva costruito una complessa rete di difesa aerea basata su radar, artiglieria contraerea e batterie missilistiche, comprese le mobili SA-6 di produzione sovietica. Si trattava di una minaccia seria per qualsiasi aereo israeliano che avesse tentato di operare sopra il Libano. Per neutralizzarla, Israele non si limitò a inviare i propri caccia contro le batterie. Impiegò contemporaneamente droni da ricognizione, velivoli-esca, disturbo elettronico, missili antiradar, artiglieria e aerei da combattimento.
Mastiff e Scout osservavano le posizioni siriane e fornivano immagini utilizzabili quasi in tempo reale. Alcuni droni o velivoli senza pilota vennero impiegati anche come esche, simulando il profilo radar di un aereo e spingendo gli operatori siriani ad attivare i sistemi o a lanciare i missili.
Nel momento in cui i radar venivano accesi, le emissioni ne rivelavano posizione e caratteristiche elettroniche. I dati potevano essere utilizzati per il disturbo, per il lancio di missili antiradiazione e per dirigere gli attacchi aerei e terrestri. Gli UAV continuarono inoltre a sorvegliare le aree colpite, permettendo ai comandanti di valutare i danni e di ordinare un secondo attacco soltanto contro le batterie ancora operative.
Il risultato entrò immediatamente nella storia dell’aviazione militare. Nell’arco delle operazioni del 9-11 giugno il dispositivo antiaereo siriano nella Beqaa venne sostanzialmente smantellato, mentre decine di velivoli siriani furono abbattuti nei combattimenti aerei. Le cifre esatte variano a seconda delle ricostruzioni, ma il significato militare non cambia: Israele aveva dimostrato che una rete antiaerea moderna poteva essere disarticolata collegando sensori, intelligence, guerra elettronica e sistemi d’arma.
I droni non vinsero da soli la battaglia e non bisogna trasformarli in un’arma miracolosa. Furono però uno degli elementi che resero possibile quella che oggi definiremmo una vera operazione multidominio, basata sulla condivisione rapida delle informazioni.

Mentre si combatteva nella Beqaa, le forze israeliane avanzavano lungo il Libano meridionale e sulla costa in direzione di Beirut. L’obiettivo dichiarato dell’operazione “Pace in Galilea” era allontanare le forze palestinesi dal confine israeliano, ma l’offensiva si spinse molto più a nord e condusse all’accerchiamento della capitale, dove erano concentrati combattenti, comandi e infrastrutture dell’OLP. In questo contesto, gli UAV potevano svolgere ricognizione sulle vie di comunicazione, osservare spostamenti di uomini e mezzi, individuare postazioni e contribuire alla valutazione degli attacchi.
La ricerca storica conferma che, già prima dell’invasione, i droni israeliani erano integrati sia nella preparazione di una possibile guerra convenzionale con la Siria sia nelle operazioni quotidiane contro le organizzazioni palestinesi presenti in Libano.
Bisogna tuttavia evitare di proiettare sul 1982 le capacità tecnologiche di oggi. Le telecamere avevano una risoluzione inferiore, la navigazione non disponeva della rete satellitare e dei collegamenti digitali attuali, mentre l’analisi delle immagini dipendeva largamente dagli operatori a terra.
Gli Scout e i Mastiff non potevano volare indisturbati ovunque né riconoscere automaticamente un volto, un’arma o una targa. Il loro contributo rivoluzionario era la continuità dell’osservazione: un piccolo velivolo privo di pilota poteva sorvegliare una zona, seguire un obiettivo e trasmettere immagini senza rischiare un equipaggio. Per un esercito impegnato in un territorio montuoso e densamente abitato, questa possibilità rappresentava un vantaggio considerevole.

Il successo israeliano del 1982 attirò rapidamente l’attenzione internazionale, in particolare quella degli Stati Uniti. La Marina americana comprese che velivoli simili avrebbero potuto essere utilizzati per la ricognizione e per la correzione del tiro delle grandi unità navali. Dall’esperienza dei Mastiff e degli Scout nacque così il programma RQ-2 Pioneer, sviluppato con la collaborazione dell’industria statunitense e successivamente impiegato dalla US Navy, dai Marines e dall’Esercito americano. Il Pioneer sarebbe diventato celebre durante la guerra del Golfo del 1991, quando venne utilizzato per osservare le posizioni irachene e dirigere il fuoco navale.
Il passaggio fondamentale del 1982 fu quindi soprattutto dottrinale. Prima di allora i droni erano già stati impiegati in guerra dagli Stati Uniti, da Israele e da altri Paesi, ma spesso come bersagli, esche o piattaforme fotografiche relativamente isolate. In Libano gli israeliani mostrarono invece una modalità più moderna: il drone diventava un sensore collegato a un sistema più grande. Le immagini contribuivano alla costruzione della situazione operativa, i dati venivano trasmessi ai comandanti e gli obiettivi potevano essere assegnati rapidamente agli aerei o all’artiglieria. Quella combinazione tra UAV, guerra elettronica, comando e controllo e munizionamento guidato anticipava molte caratteristiche delle operazioni militari del XXI secolo.

Tra i Mastiff del 1982 e i droni attuali esiste naturalmente una distanza tecnologica enorme. Oggi gli UAV possono volare per più di ventiquattro ore, utilizzare radar, sensori termici, intelligenza artificiale, comunicazioni satellitari e, in alcuni casi, trasportare direttamente missili e bombe. All’estremo opposto, piccoli droni commerciali modificati possono osservare una trincea, sganciare un ordigno o trasformarsi in munizioni FPV dal costo relativamente basso.
Nel 1982, invece, il drone israeliano era essenzialmente un occhio volante. Ma proprio quell’occhio modificò il rapporto tra chi osservava il campo di battaglia e chi doveva prendere la decisione di colpire.
Per questo la guerra del Libano del 1982 è considerata una tappa decisiva nella storia dei droni militari. Non fu la nascita assoluta degli UAV e neppure il primo impiego bellico di un aeromobile senza pilota. Fu però una delle prime dimostrazioni convincenti del loro utilizzo sistematico all’interno di una rete operativa complessa.
Nei cieli del Libano, durante l’avanzata verso Beirut e soprattutto nella battaglia della Beqaa, Israele mostrò che il controllo dell’informazione poteva essere importante quanto la potenza di fuoco.
Quarant’anni dopo, dalle steppe ucraine alle città del Medio Oriente, quella lezione è diventata una delle caratteristiche centrali della guerra contemporanea.

Un Tadiran Mastiff II israeliano con il relativo apparato di controllo a terra. Il drone, sviluppato negli anni Settanta, fu impiegato per missioni di ricognizione, sorveglianza e guerra elettronica, anche durante la guerra del Libano del 1982.






