La vera sorpresa, in questa crisi, non è l’azione americana. Semmai è la sorpresa europea. Per settimane Washington aveva costruito, quasi in vetrina, le condizioni materiali e politiche per usare la forza contro l’Iran: il dispiegamento di un doppio dispositivo aeronavale, l’afflusso di assetti nel teatro mediorientale, il linguaggio sempre meno ambiguo della Casa Bianca e del Pentagono. Già a metà febbraio Reuters riferiva dell’invio di una seconda portaerei statunitense verso la regione, da affiancare alla USS Abraham Lincoln già presente dal 26 gennaio nell’area di competenza del CENTCOM. Non era un dettaglio tattico: era un messaggio strategico. Spendere milioni per muovere due carrier strike group e poi non usarli sarebbe stato possibile solo in presenza di una de-escalation credibile, che invece non si è mai materializzata.

Anche nel dibattito italiano il punto era stato colto. Federico Rampini, sul Corriere della Sera, ha insistito proprio sul valore politico e militare di quel dispiegamento: due portaerei non sono semplice teatro, sono coercizione preventiva e preparazione operativa. In altre parole, l’opzione cinetica era incorporata nello schieramento stesso. Chi ha letto quei segnali come pura deterrenza verbale ha probabilmente sottovalutato il fatto elementare che, nella postura strategica americana, la deterrenza funziona proprio perché alle spalle c’è la disponibilità concreta all’impiego.
Per questo il punto politico non è chiedersi se l’attacco Usa fosse “prevedibile”. Lo era. Il punto è chiedersi perché una parte dell’Europa si sia fatta trovare in modalità reattiva, quasi incredula, davanti a uno scenario che gli americani stavano preparando in modo progressivo e visibile. Se tre indizi fanno una prova, qui gli indizi erano ben più di tre: primo, l’avvicinamento del doppio gruppo portaerei; secondo, la retorica statunitense sulla “tremendous power” in arrivo in Medio Oriente; terzo, il successivo ritmo operativo dell’Operazione Epic Fury, che secondo il Pentagono e Reuters ha rapidamente superato le centinaia e poi le migliaia di obiettivi colpiti. Non è la cronaca di un improvviso scatto d’ira; è la traccia di una campagna pensata in anticipo.

La conferma indiretta arriva dalla sequenza delle reazioni europee. Il Regno Unito si è ritrovato con la base RAF di Akrotiri, a Cipro, colpita da un drone di fabbricazione iraniana probabilmente lanciato dal Libano, secondo Reuters. L’attacco è avvenuto poco dopo il via libera di Keir Starmer all’uso “difensivo e limitato” delle basi britanniche da parte degli Stati Uniti. Due ulteriori droni sono stati poi intercettati. Se Londra ha dovuto correre ai ripari con il cacciatorpediniere HMS Dragon e mezzi contro-drone, significa che l’estensione geografica della rappresaglia iraniana non era stata anticipata a sufficienza sul piano della protezione immediata delle installazioni più esposte.
Ancora più significativa è stata la reazione greca. Dopo il raid su Akrotiri, Atene ha annunciato l’invio verso Cipro di fregate e caccia F-16 per rafforzare la difesa dell’isola. Reuters parla di due fregate e quattro F-16; altre fonti indicano tra le unità navali coinvolte la Kimon e una seconda fregata dotata di sistemi anti-drone. Il punto politico, comunque, non cambia: la Grecia non si è mossa in una logica di deterrenza preventiva, ma in una logica di rinforzo successivo al colpo subito nell’area cipriota.

La Francia offre un’immagine ancora più eloquente della “sorpresa europea”. Il 3 marzo Emmanuel Macron ha annunciato l’invio della portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo. Reuters e AP hanno riferito che la nave è stata dirottata dal Baltico verso sud; ANSA, citando BFM TV, ha parlato di interruzione del dispiegamento programmato nel Baltico e rotta verso il Mediterraneo orientale. Qualunque formulazione si preferisca, il dato sostanziale è uno: Parigi ha dovuto riposizionare in fretta il proprio principale strumento di presenza navale, segno che l’Europa non aveva predisposto in anticipo un assetto coerente con la probabilità di allargamento del conflitto al Mediterraneo orientale.
L’Italia, poi, è il caso più delicato. La base di Ali al Salem, in Kuwait, dove opera il contingente dell’Aeronautica Militare, era già stata colpita nella prima ondata di rappresaglia iraniana del 28 febbraio. Antonio Tajani aveva parlato di danni significativi alla pista; nei giorni successivi si sono moltiplicate le segnalazioni di ulteriori strike nell’area. Il 5 marzo Guido Crosetto ha comunicato che 239 militari dei 321 presenti in Kuwait sarebbero stati trasferiti in Arabia Saudita, mentre 82 sarebbero rimasti ad Ali al Salem per garantire la continuità operativa. È una decisione comprensibile sul piano della protezione del personale, ma è anche l’ammissione implicita che la minaccia su quella base era concreta, persistente e non episodica.
A questo si aggiunge il nuovo elemento emerso oggi. Rivista Italiana Difesa, in un’analisi di Tommaso Massa del 6 marzo, riferisce che nella notte l’Iran ha nuovamente colpito Ali al Salem, dove un grosso incendio sarebbe stato rilevato anche da satellite, probabilmente in corrispondenza di serbatoi di carburante. Lo stesso autore, già il 28 febbraio e il 4 marzo, aveva documentato strike sulla base e danni ad aree collegate alle comunicazioni e a infrastrutture militari. Non tutte queste informazioni hanno, al momento, una conferma indipendente di pari livello da parte di agenzie internazionali; ma nel loro insieme rafforzano il quadro di una base entrata stabilmente nel ciclo di bersagli della rappresaglia iraniana.

Qui sta il cuore del problema. Se gli Stati Uniti hanno agito secondo una logica visibile — accumulo di forze, messaggi politici, preparazione del teatro, poi impiego — l’Europa ha mostrato una logica opposta: non prevenzione, ma inseguimento degli eventi. Londra ha rafforzato Cipro dopo il colpo. Atene è intervenuta dopo Akrotiri. Parigi ha ridiretto la Charles de Gaulle dopo l’escalation. Roma ha disposto il trasferimento di gran parte del contingente dopo che Ali al Salem era già finita ripetutamente sotto attacco. Non è tanto una smentita delle capacità militari europee, quanto un segnale di insufficiente lettura politico-strategica della traiettoria della crisi.
Dire che “l’intelligence europea ha dormito” è una formula dura, ma coglie almeno una parte del punto. Forse non ha dormito l’intelligence tecnica; più probabilmente hanno dormito la sintesi politico-strategica e la capacità di tradurre gli indicatori in posture operative tempestive. Perché gli indicatori c’erano tutti: il doppio gruppo portaerei Usa, la militarizzazione progressiva del teatro, l’anticipata vulnerabilità delle basi occidentali nel Golfo e nel Mediterraneo orientale, la prevedibile scelta iraniana di colpire in profondità le infrastrutture alleate. In guerra, spesso, la sorpresa non nasce dall’assenza di segnali, ma dall’incapacità di crederci fino in fondo. Ed è precisamente questa, oggi, la sorpresa europea.
Per l’Italia la lezione è immediata. Quando un alleato maggiore concentra un dispositivo offensivo di quella portata in un teatro dove noi abbiamo uomini, aerei e basi di appoggio, non possiamo limitarci a sperare che la deterrenza regga. Dobbiamo ragionare come se l’impiego fosse probabile, non come se fosse un’ipotesi remota. Ali al Salem dimostra che il costo dell’errore di previsione non è teorico: riguarda la sicurezza del personale, la continuità operativa e la credibilità stessa della nostra postura nella regione.

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