Iran: il Negoziato Coercitivo per vincere la Pace o la Battaglia Selettiva per vincere la Guerra

Francesco Maria CeravoloFrancesco Maria CeravoloGeopolitica5 giorni fa147 Visualizzazioni

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran è entrata in una fase tipica dei conflitti moderni: non mancano le armi, ma mancano le opzioni decisive.

Dopo settimane di attacchi, gli obiettivi “paganti” sul territorio iraniano si stanno riducendo. Allo stesso tempo, Teheran continua a dimostrare una capacità di resistenza superiore alle aspettative, mantenendo attive, anche se in forma degradata, le sue capacità missilistiche, dronistiche e soprattutto di interdizione nello Stretto di Hormuz.

Secondo Reuters, l’Iran ha posto condizioni molto dure per avviare negoziati: cessazione immediata degli attacchi, garanzie contro nuove offensive e compensazioni. Una proposta di cessate il fuoco mediata è già stata presentata a entrambe le parti, ma è stata respinta perché percepita come una resa mascherata.
Il problema è proprio questo: nessuno può permettersi di perdere, nemmeno nella narrativa (Cognitive Warfare).

Una Guerra che non può essere Vinta

Gli Stati Uniti si trovano davanti a un dilemma strategico.
Un’invasione terrestre è esclusa: non ci sono le forze necessarie nell’area e i costi sarebbero enormi.
Una campagna aerea totale contro infrastrutture civili e petrolifere iraniane è tecnicamente possibile, ma rischierebbe di provocare uno shock globale sui prezzi dell’energia.

Secondo analisi riportate da The New York Times e The Washington Post, entrambe le parti hanno inizialmente sottovalutato l’altra. Washington ha creduto che il regime iraniano fosse più fragile
mentre Teheran ha sottovalutato la disponibilità israelo-americana a usare la forza su larga scala.

Il risultato è uno stallo.

Il vero campo di battaglia: Hormuz

Oggi il punto decisivo non è più solo militare, ma economico.
Lo Stretto di Hormuz, da cui transita una quota critica del petrolio mondiale, è diventato il baricentro della crisi. Secondo Reuters e dati citati dal International Monetary Fund, il conflitto sta già producendo effetti su inflazione e crescita globale.
Ma riaprire completamente lo stretto con la sola forza militare non è realistico: sarebbe costoso, lento e rischioso. Per questo Washington non punta a eliminare del tutto la minaccia, ma a ridurla a un livello accettabile per il traffico commerciale.

La Strategia Americana: Pressione senza Escalation

Di fronte a questi vincoli, la strategia degli Stati Uniti assume una forma chiara.
Non si tratta di distruggere l’Iran o rovesciare il regime, ma di costringerlo a negoziare attraverso una Diplomazia Corcitiva Calibrata: riduzione selettiva delle capacità militari iraniane, protezione delle rotte energetiche e pressione militare accompagnata da una via d’uscita politica.

In altre parole: abbastanza forza da modificare il calcolo strategico di Teheran, ma non abbastanza da chiudere lo spazio negoziale.

Alla scadenza della tregua di due settimane, in assenza di un accordo mutuamente accettabile, le ostilità sono destinate a riprendere. Il periodo di pausa viene sfruttato operativamente per il riposizionamento delle forze e la pianificazione delle fasi successive del conflitto.

L’esclusione del teatro libanese dal perimetro negoziale, secondo l’interpretazione israeliana sostenuta da Washington, ha innescato la risposta iraniana con la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo critico per il traffico energetico globale.

Qualora l’interdizione dello stretto dovesse protrarsi oltre l’avvio dei colloqui di pace in Pakistan, essa potrebbe configurarsi come casus belli per gli Stati Uniti, legittimando la ripresa delle operazioni militari contro Teheran con l’obiettivo di forzare un accordo alle condizioni occidentali: sopravvivenza del regime, ma con capacità strategiche e ambizioni regionali significativamente ridimensionate, inclusa la componente nucleare.

In questo quadro, il blocco di Hormuz, in combinazione con il fallimento del negoziato, offrirebbe a Washington una finestra di opportunità per ampliare la coalizione, coinvolgendo attori del Golfo ed europei, consolidando la narrativa dell’Iran quale principale fattore destabilizzante nel teatro mediorientale.

Dalla teoria alla pratica: opzione operativa sul terreno

In questo quadro, l’opzione tattica più coerente per Washington sarebbe quella di ridurre ulteriormente le capacità missilistiche e UAV iraniane residue e rendere lo Stretto di Hormuz transitabile a livelli di rischio accettabili.

Questa sequenza operativa rappresenta il punto di equilibrio tra efficacia militare e sostenibilità strategica e ha come punto decisivo la neutralizzazione delle “missile cities”. Infatti, nonostante i danni subiti, l’Iran mantiene alcune infrastrutture critiche sotterranee, localizzate principalmente nei Monti Zagros e nel Nord-Est del Paese.

Si tratta di complessi profondamente interrati (oltre 100 metri), caratterizzati da accessi multipli protetti, capacità di lancio rapido e rientro (shoot-and-scoot), difese stratificate (fanteria, SHORAD, artiglieria), supporto del genio e aree minate.

Queste strutture non sono completamente neutralizzabili con il solo air power, anche con impiego di bunker buster. Implicazione operativa: necessità di ground raids mirati.

Fase 1 – Shaping e isolamento del battlespace

Prima dell’inserzione terrestre, sarebbe condotta una campagna di shaping:

  • SEAD/DEAD sulle difese aeree
  • interdizione entro ~50 km dai siti
  • neutralizzazione degli accessi
  • bonifica delle zone di inserzione

Obiettivo: ottenere superiorità locale e isolamento tattico.

Fase 2 – Inserzione e manovra terrestre

Le opzioni di inserzione includerebbero degli air assault per target prossimi al confine iracheno
e operazioni airborne (probabilmente con elementi della 82nd Airborne Division) per obiettivi più profondi. Le attività sarebbero a guida statunitense, con supporto israeliano specialistico, soprattutto per combattimento in ambiente sotterraneo e breaching avanzato.

Tali operazioni sarebbero supportate dall’estesa e profonda sorveglianza dell Campo di Battaglia (ree di interesse- NAI e Aree Target – TAI) da parte dei sitemi satellitari e UAS direttamente connessi con gli assetti di contro-fuoco al fine di limitare o annullare la minaccia del fuoco di artiglieria, UAS e missillistca. Elemento decisivo sarebbe la presa di aeroporti e la creazione di FARP (Forward Arming and Refueling Points)

Obiettivo: conquista terrestre delle basi avanzate

Fase 3 – Consolidamento delle basi di Supporto/Fuoco e neutralizzazione di Missile Cities

Elemento decisivo sarebbe la presa di aeroporti e la creazione di FARP (Forward Arming and Refueling Points). Le forze si articolerebbero in:

  • componente di sicurezza e sostegno logistico (inclusoC-UAS)
  • componente fuoco in profondità HIMARS/ATACMS
  • componente d’assalto per la neutralizzazione dei complessi missilistici sotterraneiL’attacco avverrebbe su più direttrici, con tecniche di breaching per evitare accessi principali presumibilmente trappolati.

Reazione iraniana e superiorità aerea: le forze corazzate iraniane, se costrette a concentrarsi per contrattaccare, diventerebbero vulnerabili alla superiorità aerea USA/Israele.

La dinamica favorirebbe il dominio tattico occidentale.

Obiettivo: neutralizzazione delle Missile Cities

Fase 5 – Sicurezza dello Stretto di Hormuz

Una volta degradate le capacità missilistiche:

  • i United States Marine Corps potrebbero condurre operazioni anfibie
  • occupazione di isole e tratti costieri strategici

Obiettivo: creare una security corridor marittima.

Sfide Operative e Attrito: Il Costo del Controllo Marittimo

L’efficacia della missione dipende anche dalla capacità di gestire le criticità residue, in particolare la minaccia delle mine navali. Questo scenario renderebbe indispensabile l’impiego di capacità avanzate di Mine Countermeasures (MCM), un ambito in cui il contributo degli alleati europei risulterebbe il tassello mancante per il successo della coalizione. Sotto il profilo delle risorse, un’operazione di tale portata (stimata in circa 20.000 unità) dovrebbe affrontare una resistenza nemica estremamente determinata, con la previsione di perdite significative non inferiori al 10%. Sebbene l’iniziativa sia considerata sostenibile dal punto di vista strettamente militare, la sua attuazione rimane un tema di estrema sensibilità politica, dove ogni perdita umana pesa drasticamente sulla narrazione del conflitto.

L’Outcome Strategico: Verso una Diplomazia Coercitiva

L’obiettivo finale dell’operazione non è la vittoria totale o il rovesciamento del sistema iraniano, ma la creazione di una finestra negoziale basata sulla pressione controllata. In termini dottrinali, si parla di una strategia di coercive diplomacy e escalation dominance limitata.

Per gli Stati Uniti, il successo si tradurrebbe nel ripristino della sicurezza energetica e nella degradazione della minaccia locale; per l’Iran, la sopravvivenza del regime e l’alleggerimento delle sanzioni rappresenterebbero la via d’uscita per evitare il collasso.

In questa prospettiva, la vera vittoria non viene misurata dai chilometri quadrati conquistati, ma dalla capacità di modificare il calcolo strategico dell’avversario, portandolo al tavolo delle trattative senza che nessuna delle parti appaia come definitivamente sconfitta nella narrativa globale.

Iran: il Negoziato Coercitivo per vincere la Pace o la Battaglia Selettiva per vincere la Guerra
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Generale di Divisione (Aus.) dei Bersaglieri dell’Esercito Italiano. Comandante del 1° Reggimento Bersaglieri in Afghanistan e del Contingente Italiano in Iraq. Decorato con la Medaglia di Bronzo e le Croci d’Argento e di Bronzo dell’Esercito. Insignito della Medaglia del Congresso degli Stati Uniti e della Medaglia d’Oro al Merito della Repubblica Francese.

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