Erbil, Kuwait: lezioni per coloro che sono contro tutto.

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Nelle ore successive all’attacco contro la base italiana di Erbil, una parte del dibattito pubblico si è soffermata sulla definizione del ministro Guido Crosetto, secondo cui l’azione sarebbe stata “deliberata”. Ma, in realtà, questo non è mai stato il punto centrale. Un attacco contro una base militare è, per sua natura, deliberato. Missili, droni o razzi non arrivano su un obiettivo del genere per caso.

La questione vera è un’altra: chi ha colpito, con quali capacità, con quale libertà d’azione e contro quale architettura difensiva. È su questo terreno che si misura la serietà della riflessione tecnico-tattica, non sulla constatazione dell’ovvio.

L’episodio di Erbil conferma infatti una lezione ormai evidente in tutti i teatri moderni: le minacce aeree a bassa quota — droni, munizionamento circuitante, vettori improvvisati — sono oggi tra le più diffuse, accessibili e insidiose. Costano poco rispetto agli effetti che possono generare, saturano la sorveglianza, costringono a consumare risorse preziose e mettono sotto pressione le procedure di allarme, protezione passiva e ingaggio.

Da questo punto di vista, Iraq e Kuwait non possono più essere considerati aree in cui la protezione delle basi si regga soltanto su sistemi tradizionali, su allerta generica o sulla convinzione che la minaccia possa essere gestita “in altro modo”. La protezione delle basi oggi passa anche e soprattutto dalla capacità concreta di contrastare droni e minacce a bassissima quota.

Ed è proprio qui che va riconosciuto un punto politico e militare fondamentale. Crosetto, il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello stanno affrontando con realismo un problema che non hanno creato loro, ma che hanno ereditato. Il quadro capacitivo trovato all’inizio del loro lavoro era segnato da ritardi, carenze e programmi troppo lenti rispetto all’evoluzione delle minacce. Oggi, invece, il tema della difesa contraerea, anti-drone e antimissile è tornato al centro, ed è già questo un cambio di passo non secondario.

Il merito di questa leadership è aver rimesso al centro la realtà operativa, non le illusioni. E la realtà operativa dice che i nostri contingenti sono esposti, che i teatri sono pericolosi e che la forza va protetta con strumenti adeguati ai tempi.

Erbil, Kuwait: lezioni per coloro che sono contro tutto.
Erbil, Kuwait: lezioni per coloro che sono contro tutto.

Skynex è un passo avanti importante, ma il vero nodo è portare le capacità dove servono

Negli ultimi mesi un segnale concreto è arrivato: l’Esercito Italiano ha ricevuto la prima batteria del sistema Skynex, uno dei più avanzati sistemi europei per la difesa aerea a corto raggio e il contrasto ai droni. Si tratta di un risultato importante, perché dimostra che qualcosa finalmente si muove in una direzione giusta dopo anni in cui il tema C-UAS era stato trattato con ritardo rispetto alla velocità con cui cresceva la minaccia.

Va detto con chiarezza: riuscire a entrare nel programma tedesco Skynex è stato un colpo estremamente prezioso per l’Italia. Ha consentito di agganciare una capacità concreta, moderna, credibile, in un momento in cui il fabbisogno era già evidente da tempo. È una scelta che va riconosciuta e valorizzata, perché non era affatto scontato riuscire a mettere a terra un simile risultato in tempi utili.

Ma proprio per questo la domanda successiva diventa inevitabile: una capacità del genere, se esiste, deve essere pensata anche per i luoghi dove il rischio è reale. Un sistema moderno è importante sul piano industriale, addestrativo e dottrinale, ma il suo valore pieno emerge solo quando può contribuire davvero alla protezione delle forze schierate.

Ed è qui che si apre la riflessione su Iraq e Kuwait. Le basi e i distaccamenti italiani nell’area vivono in un ambiente operativo in cui la minaccia aerea a bassa quota non è più episodica, ma strutturale. Di conseguenza, la disponibilità di sistemi come Skynex impone una valutazione seria sul loro impiego, sulla loro dislocazione e sulla possibilità di integrarli in una rete multilivello di force protection.

Naturalmente, nessuno dovrebbe cadere nell’errore opposto di pensare che un solo sistema risolva tutto. Skynex è fondamentale, ma da solo non basta. L’Italia è ancora indietro su altri segmenti della difesa C-UAS e della difesa contraerea a corto raggio, come hanno mostrato negli ultimi anni numerosi approfondimenti specialistici e lo stesso andamento dei programmi. Il recupero è avviato, ma non completato.

Per questo il punto non è fare polemica sterile. Il punto è un altro: oggi esiste finalmente una linea di ricostruzione capacitiva, e questa linea va accelerata. Chi guida oggi la Difesa sta cercando di colmare lacune che si sono stratificate nel tempo. Non si può ignorare la distanza tra il livello della minaccia attuale e lo stato delle capacità ereditate. Sarebbe ingiusto e anche poco serio.

Erbil, Kuwait: lezioni per coloro che sono contro tutto.
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Onorare chi serve l’Italia significa proteggerlo, rispettarlo e conoscere il rischio

C’è infine un punto che va detto con forza, e che spesso nel dibattito pubblico italiano viene smarrito. I nostri militari operano in contesti nei quali il rischio non può essere azzerato. Non esistono missioni reali in aree instabili che garantiscano automaticamente “zero costo umano”. Pretenderlo significa non capire la natura stessa del servizio armato.

Chi parte per l’Iraq, per il Kuwait o per altri teatri sensibili sa di entrare in un ambiente in cui la minaccia esiste, evolve e può colpire anche quando la missione appare “stabilizzata”. Eppure questi uomini e queste donne continuano a operare con disciplina, professionalità e senso del dovere, rappresentando l’Italia in condizioni che richiedono freddezza, addestramento e coraggio.

Per questo preservare i nostri militari non è solo un’esigenza operativa: è un dovere morale e nazionale. Significa dotarli di mezzi adeguati, costruire difese credibili, aggiornare procedure e regole d’ingaggio, rafforzare l’allerta e l’integrazione tra sensori, guerra elettronica e sistemi hard-kill. Ma significa anche parlare di loro con rispetto, senza superficialità e senza ridurre tutto a formule burocratiche o a cronache distratte.

C’è un passaggio che dovrebbe essere patrimonio comune: coloro che giurano di difendere l’Italia devono essere sempre rispettati. Sempre. Non soltanto quando cadono, non soltanto nelle commemorazioni, non soltanto quando un attacco produce immagini forti. Devono esserlo ogni giorno, perché il valore del loro servizio non nasce dall’eccezionalità del sacrificio finale, ma dalla disponibilità quotidiana a esporsi per la sicurezza della Nazione.

Ed è questo che molte altre Nazioni comprendono bene: il soldato non viene rispettato perché la guerra è bella, ma perché il sacrificio, il rischio e il servizio hanno un valore altissimo per la comunità nazionale. Dove questa consapevolezza è forte, le forze armate sono sostenute non in modo retorico, ma concreto: con investimenti, attenzione pubblica, cultura istituzionale e riconoscimento sociale.

Anche l’Italia dovrebbe consolidare di più questa maturità. Perché discutere di Skynex, di C-UAS, di difesa aerea e di protezione delle basi non significa parlare solo di tecnologia. Significa decidere quanto vale, per noi, la vita di chi porta la bandiera italiana nei teatri più difficili.

E allora la conclusione è netta. Crosetto, Portolano e Masiello stanno facendo un lavoro importante di recupero e ricostruzione rispetto a una situazione che era stata lasciata troppo indietro. Ma proprio perché il lavoro è serio, adesso va sostenuto fino in fondo, con rapidità, coerenza e priorità chiare. Perché ogni ritardo nella difesa contro droni e minacce a bassa quota non è una questione astratta: è un rischio in più per i nostri militari.

Onorare i nostri soldati significa prima di tutto fare tutto il possibile per proteggerli. E significa ricordare, con rispetto e senza ipocrisie, che servire l’Italia in uniforme non è mai stato, né mai sarà, un compito a rischio zero.

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Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor. Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET e DIFESANEWS.COM. Blogger e informatico di professione

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