L’Italia non è in guerra e non vuole entrare in guerra, ha ribadito la premier Giorgia Meloni dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Ma davanti all’allargarsi della crisi in Medio Oriente, il governo ha avviato una serie di misure militari e politiche per rafforzare la sicurezza nazionale e prepararsi a eventuali sviluppi del conflitto.
La prima decisione riguarda la difesa dello spazio aereo. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in coordinamento con gli alleati e con la Nato, ha chiesto al capo di Stato maggiore Luciano Portolano di innalzare al massimo livello la protezione della difesa aerea e antibalistica nazionale, con particolare attenzione alle regioni del Sud, considerate più esposte alla portata dei missili iraniani. Secondo quanto emerso, una disposizione di questo tipo non veniva adottata dai tempi dell’11 settembre 2001.
Tra le misure previste ci sono il rafforzamento degli equipaggi per lo scramble dei caccia italiani, cioè il decollo immediato in caso di emergenza, e il potenziamento dei sistemi di difesa missilistica aerea. Parallelamente, il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha inviato una circolare a prefetti e questori per aumentare la vigilanza sulle basi militari americane in Italia e sui siti sensibili legati alla filiera produttiva di interesse militare.

Sul fronte internazionale, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno chiesto all’Italia un supporto difensivo. In cima alla lista c’è il Samp-T, il sistema antimissile terrestre considerato oggi la principale capacità europea in grado di contrastare attacchi balistici e aerei. L’Italia, insieme alla Francia, è infatti uno dei pochi Paesi europei a disporne.
Il pacchetto di aiuti potrebbe comprendere anche sistemi anti-drone C-Uas, apparati radar e satellitari, il cannone Skynex, in fase di consegna ai reparti italiani, e il lanciamissili Grifo, che ha un raggio inferiore rispetto al Samp-T. Sul fronte della difesa ravvicinata contro i velivoli senza pilota, l’Italia potrebbe inoltre mettere a disposizione i jammer-bazooka, dispositivi portatili già in dotazione ai fucilieri dell’Aeronautica e all’artiglieria contraerea dell’Esercito, capaci di intercettare radiofrequenze, disturbare i segnali e neutralizzare droni ostili.
Il nodo resta politico oltre che operativo. L’invio di questi sistemi richiede infatti un provvedimento del governo e un successivo passaggio parlamentare. C’è poi una questione tecnica: il Samp-T richiede personale altamente specializzato, e l’eventuale cessione comporterebbe anche tempi di addestramento e un problema di disponibilità interna, visto che l’Italia ne avrebbe solo da tre a cinque, mentre uno è già stato consegnato all’Ucraina e si attende ancora la versione aggiornata Ng, New Generation.
Accanto agli armamenti difensivi, Roma potrebbe offrire anche soluzioni di logistica e rifornimento, come tanker e velivoli da trasporto, rafforzando così il sostegno ai partner arabi senza un coinvolgimento diretto nei combattimenti.

Sul fronte del Mediterraneo orientale, l’Italia ha deciso di inviare la fregata missilistica Federico Martinengo nell’area di Cipro, nell’ambito di un assetto coordinato con Italia, Spagna, Francia e Olanda. A bordo opereranno almeno 160 uomini della Marina militare italiana. La nave prende il posto dell’ipotesi circolata nelle ore precedenti sulla possibile partenza della Schergat: alla fine la scelta è caduta sulla Martinengo, una delle piattaforme più avanzate della difesa navale italiana.
La Federico Martinengo, costruita da Fincantieri nello stabilimento di Riva Trigoso e consegnata alla Marina Militare il 24 aprile 2018, è la settima unità Fremm italiana e la terza in configurazione multiruolo dopo la Carlo Bergamini e la Luigi Rizzo. È una fregata lunga 144 metri, larga 19,7 metri, con un dislocamento a pieno carico di 6.900 tonnellate, una velocità massima di 27 nodi e una capacità complessiva fino a 200 persone tra equipaggio e personale.
Dal punto di vista operativo, la Martinengo è equipaggiata con sofisticati radar e sonar, può ospitare elicotteri SH90 ed EH101 ed è in grado di individuare droni o razzi fino a circa 200 chilometri di distanza. Per neutralizzare le minacce dispone dei missili Aster 15 e Aster 30, attivi fino a circa 100 chilometri, oltre a una dotazione molto ampia che comprende missili antiaerei e antinave, cannoni, mitragliere e siluri. Tra i sistemi d’arma figurano il cannone 127/64 Vulcano, il 76/62 Davide-Strales, il sistema missilistico SAAM-ESD con Aster 15-30, il Teseo MK 2/A, il sistema Marte imbarcato su elicottero, la mitragliera SRA da 25 millimetri e i siluri leggeri MU90. Lo scorso anno la nave aveva già concluso la sua missione europea Eunavfor Aspides nel Mar Rosso, dove aveva contribuito alla protezione del traffico mercantile dalle minacce Houthi.
Resta poi aperto il tema delle basi militari statunitensi presenti sul territorio italiano, a partire da Sigonella, in Sicilia, uno degli snodi più sensibili dell’intero sistema americano nel Mediterraneo. Al momento, droni e aerei Usa utilizzano queste strutture per rifornimento, logistica e sorveglianza, in base agli accordi internazionali vigenti. Diverso sarebbe il caso di un utilizzo per azioni offensive o bombardamenti: in quel caso servirebbe un via libera politico del governo italiano.
Meloni ha ricordato che la presenza delle basi Usa è regolata da accordi bilaterali risalenti al 1954, aggiornati nel tempo, e che al momento non esistono richieste per un impiego diverso da quello logistico e di supporto tecnico. Ma ha anche chiarito che, se una simile richiesta dovesse arrivare, la decisione verrebbe condivisa con il Parlamento.

La crisi ha già prodotto effetti concreti sulla presenza italiana nell’area. In Kuwait, 239 dei 321 militari italiani presenti nella base di Ali Al Salem sono stati trasferiti in Arabia Saudita, mentre 82 restano sul posto. Anche in Qatar, 7 dei 10 soldati italiani stanno raggiungendo l’Arabia Saudita. In Bahrein, dove erano presenti cinque militari, è in corso il ritiro del personale. In Libano, invece, la situazione resta sotto osservazione: se si decidesse per un’evacuazione, una nave italiana sarebbe già pronta a intervenire. Prima dello scoppio della crisi, nell’area interessata erano presenti complessivamente 2.576 militari italiani.
Sul piano politico, il Parlamento ha approvato a maggioranza una risoluzione che fissa tre linee d’azione principali: difesa dei Paesi europei, gestione dell’uso delle basi concesse agli Stati Uniti e supporto ai Paesi del Golfo. Il documento impegna il governo a partecipare, in ambito europeo, allo sforzo comune per aiutare eventuali Stati membri Ue a difendersi da attacchi missilistici o con droni di provenienza iraniana, e a confermare che l’uso delle installazioni militari presenti in Italia continui a rispettare il quadro giuridico definito dagli accordi internazionali.
La linea dell’esecutivo, dunque, resta quella di rafforzare la difesa, sostenere gli alleati e mantenere il controllo politico su ogni eventuale escalation, cercando di tenere insieme sicurezza nazionale, obblighi internazionali e ruolo del Parlamento. In una fase in cui il conflitto rischia di allargarsi, l’Italia prova a muoversi come retrovia strategica e attore di supporto, senza trasformarsi in parte belligerante.

Difesa, Roma alza l’allerta e guarda al Golfo
Fonte: https://tg24.sky.it/mondo/2026/03/06/guerra-iran-ruolo-italia
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