Decine di migliaia di persone che attraversano simultaneamente il confine, travolgendo le barriere in poche ore; forze di polizia locali che misteriosamente chiudono un occhio, o addirittura incoraggiano il passaggio; accuse incrociate tra governi, la destra sovranista che punta il dito contro le politiche “accoglienti” e la diplomazia internazionale che trattiene il fiato.
Le scene caotiche viste a Ceuta, l’enclave spagnola in territorio africano, non sono solo una crisi umanitaria e di frontiera: ripropongono in modo plastico e inquietante una delle domande più complesse della sicurezza contemporanea: siamo di fronte a un episodio di guerra ibrida?
La dinamica è di quelle che lasciano pochi margini al caso, almeno a un primo sguardo. In un solo giorno, quasi 50.000 migranti si sono riversati verso i confini di Ceuta. Di solito, le autorità marocchine mantengono una morsa ferrea su quell’area per impedire simili concentrazioni. Questa volta, secondo le testimonianze raccolte sul campo, gli agenti di polizia hanno fatto passare i migranti quasi senza ostacoli, permettendo loro di sopraffare le recinzioni spagnole con una facilità disarmante.
Immediatamente si è scatenata la “guerra delle narrazioni”:
È qui che il dibattito scivola inevitabilmente sul terreno della guerra ibrida—quella zona grigia in cui gli Stati utilizzano leve non convenzionali (cyberattacchi, disinformazione, crisi energetiche o, appunto, la strumentalizzazione dei flussi migratori) per colpire un rivale politico senza varcare la soglia del conflitto armato aperto.
Gli indizi che portano a Rabat non mancano. Molti osservatori collegano la mossa alla recente spinta diplomatica della Spagna per riallacciare e rafforzare i legami con l’Algeria, storico rivale del Marocco, culminata nelle visite istituzionali per valutare l’importazione di gas algerino.
“È impossibile che quasi 50.000 persone attraversino il confine in un solo giorno senza che il Marocco ci metta lo zampino”, spiega Lorenzo Gabrielli, ricercatore dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona, ricordando un copione simile già visto nel 2021. Uno strumento di pressione, un avvertimento politico mascherato da crisi spontanea.
Dall’altra parte, però, gli analisti marocchini frenano: una crisi di questa portata rischiava di rovinare le celebrazioni per il Throne Day e di mandare messaggi contraddittori agli investitori internazionali. Ma la sovrapposizione tra tensioni diplomatiche regionali e l’esplosione improvvisa dei confini alimenta il sospetto che la migrazione sia stata, se non pianificata nei minimi dettagli, abilmente tollerata e manovrata come strumento di pressione geopolitica.
Il tratto distintivo della guerra ibrida è la negabilità plausibile (plausible deniability): lo Stato aggressore agisce sfruttando attori terzi (in questo caso trafficanti, reti di disinformazione sui social media o la disperazione dei migranti stessi) in modo che sia impossibile dimostrare una regia statale diretta al di là di ogni ragionevole dubbio.
Se le autorità marocchine abbiano o meno ordinato l’apertura dei cancelli, la realtà strutturale non cambia: le frontiere europee si confermano estremamente vulnerabili a essere usate come clave geopolitiche.
Che si tratti di un’azione deliberata di Rabat per punire Madrid sull’asse algerino, o di un cocktail esplosivo fatto di fake news sui social, cinismo dei trafficanti e opportunismo politico, il risultato finale somiglia pericolosamente a un attacco ibrido. L’Europa, lacerata al proprio interno tra la narrazione dei “porti aperti” e la paura dell’invasione, si ritrova ancora una volta disarmata di fronte a una crisi che non si combatte con i cannoni, ma che usa gli esseri umani come proiettili politici.

Il mistero di Ceuta e l’uso geopolitico dei Flussi Migratori. È questa la nuova frontiera della Guerra Ibrida?






