Nelle montagne la forza non è mai soltanto muscolare. È una forza interiore, fatta di misura, pazienza, responsabilità. Chi vive l’alta quota impara presto che ogni gesto conta: un passo fuori ritmo, una decisione presa senza lucidità, una corda non controllata, e la montagna presenta il conto. Per questo la tradizione alpina non è folklore né retorica: è una cultura della solidità morale, nata tra roccia e neve e diventata, nel tempo, identità.
È con questo spirito che, nella settimana che precede la consegna del cappello alpino – segno distintivo della specialità – ai giovani allievi della Scuola Militare Alpina di Aosta viene proposto anche un percorso culturale e formativo dedicato alla loro identità. Un passaggio che affianca l’addestramento con ciò che lo rende davvero completo: la coscienza di ciò che si è e di ciò che si rappresenta.

Il cappello alpino non è “solo” un copricapo: è un segno che, da fuori, racconta appartenenza; da dentro, ricorda un impegno. È il punto in cui la tradizione diventa personale: non un oggetto da ricevere, ma un significato da sostenere, ogni giorno, con coerenza.
Ed è qui che si inserisce il taglio decisivo: la formazione non è solo addestramento. Per un alpino, imparare a muoversi, orientarsi, resistere al freddo e alla fatica è essenziale. Ma resta incompleto se non viene accompagnato da una seconda abilità, più difficile e più profonda: la consapevolezza della storia e dei valori che si è chiamati a custodire.

Accompagnati dai loro Ufficiali, gli allievi hanno reso omaggio a due luoghi che sono, insieme, lezione e specchio: il Sacrario del Monte Grappa e il Sacrario di Pocol. Non sono solo mete: sono soglie. Varcarle significa entrare in una dimensione in cui la storia smette di essere un capitolo e diventa presenza.
Sul Grappa la memoria è scolpita nella pietra e nel silenzio: un’architettura che raccoglie il senso di una pagina decisiva della nostra vicenda nazionale, dove il sacrificio di migliaia di uomini ha contribuito a determinare il destino del Paese. A Pocol, alle porte di Cortina, la torre in pietra domina la valle come un monito discreto ma fermo: ricorda quanto alto sia stato il prezzo pagato sulle Dolomiti, dove la montagna fu anche fronte, trincea, resistenza.
In questi luoghi l’educazione cambia tono. Non si “studia” soltanto: si ascolta. Non si visita: si rende omaggio. E si comprende che la disciplina, quando è autentica, non nasce dalla paura dell’errore, ma dal rispetto per chi ha tracciato la strada prima.

La tradizione alpina è una scuola di essenzialità: fare bene le cose semplici, perché in ambiente ostile le cose semplici sono quelle che salvano. È anche una scuola di comunità: la montagna, come la cordata, non perdona l’egoismo. Si procede davvero solo se si è capaci di pensare al compagno, di reggere il passo di chi è più in difficoltà, di assumersi il peso quando serve.
Per questo un percorso culturale nella settimana del cappello alpino non è un “di più”: è parte della costruzione del militare e dell’uomo. È il passaggio che trasforma l’addestramento in identità.
“Custodire” non significa conservare in una teca. Significa tenere vivo: ricordare senza irrigidirsi, trasmettere senza perdere autenticità, diventare degni di una tradizione che non chiede applausi, ma serietà.

Ecco perché, nel cuore della tradizione alpina, vale una verità semplice e potente:
la formazione non è solo addestramento: è consapevolezza della storia e dei valori che si è chiamati a custodire.

Gli Alpini al Sacrario del Monte Grappa e il Sacrario di Pocol: le radici del nostro popolo






