Il nuovo decreto-legge sicurezza approvato dal Consiglio dei Ministri il 5 febbraio 2026 nasce con l’ambizione dichiarata di rafforzare l’ordine pubblico e di dare più protezione a chi opera in prima linea. Nelle intenzioni, si interviene su più fronti: gestione delle manifestazioni, contrasto alla violenza, strumenti e regole più stringenti, e un impianto di garanzie che punta a ridurre l’esposizione di chi è chiamato a usare la forza per ragioni di servizio.
Ma nel dispositivo reale – e soprattutto nella sua applicazione concreta – emerge una frattura che pesa come un macigno: le Forze Armate, impiegate da anni in attività di sicurezza sul territorio, continuano a non godere di tutele pienamente omogenee rispetto alle Forze di polizia, nonostante svolgano compiti analoghi “in concorso”, spesso negli stessi contesti, sugli stessi obiettivi e con rischi comparabili.
E qui sta il cuore della critica: se lo Stato chiede ai militari di fare sicurezza “da strada”, allora deve garantire un quadro di protezione coerente. Perché non è accettabile un sistema in cui la responsabilità operativa è alta, l’esposizione è quotidiana e il rischio – anche solo di finire travolti in procedimenti, costi legali, sospensioni, danni reputazionali – resta sulle spalle del singolo.
Per questo diventa non più rinviabile l’estensione delle tutele normative previste per le Forze di polizia anche al personale dell’Esercito, della Marina e del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera impiegato in attività di sicurezza e di polizia analoghe: a responsabilità simili devono corrispondere tutele equivalenti, senza creare operatori di “serie A” e “serie B” dentro lo stesso sistema sicurezza.

La contraddizione è ancora più evidente nell’impiego quotidiano dell’Esercito su operazioni come Strade Sicure e Stazioni Sicure, dove i militari sono chiamati a presidiare obiettivi sensibili, stazioni, infrastrutture, luoghi affollati. Un servizio che, nella percezione pubblica, equivale a “fare polizia”, ma che per i militari resta spesso un compito di presenza statica, disegnato più per la deterrenza che per la gestione completa dell’intervento.
E mentre l’impiego assorbe energie, tempo, rotazioni, logistica e addestramento, la cornice operativa rimane sbilanciata: il militare è schierato, visibile, chiamato a reagire se accade qualcosa, ma con un ventaglio di strumenti di coercizione passiva e di gestione “intermedia” ridotto o incerto.
Il punto non è chiedere “privilegi”: è pretendere coerenza. Oggi, per molti militari impiegati in servizi di vigilanza, mancano strumenti che in altri corpi sono considerati parte dell’equipaggiamento ordinario. Niente Taser, niente manette come dotazione operativa standard in quel contesto; al massimo si parla di ipotesi come spray al peperoncino, spesso in forme e procedure tutte da chiarire, con l’ulteriore paradosso di uno strumento che, nella percezione comune, è “da autodifesa civile” più che da servizio strutturato.
Risultato: si chiede al soldato di prevenire e contenere, ma lo si lascia senza una scala completa di opzioni. E questa non è solo una criticità pratica: è un fattore di rischio, perché quando gli strumenti intermedi non esistono o sono confusi, le alternative reali diventano poche, drastiche e potenzialmente esplosive sul piano giuridico e mediatico.
Nel frattempo, non è raro che i reparti vengano impiegati su obiettivi percepiti come di dubbia priorità, decisi altrove e in un quadro dove il Ministero dell’Interno, per forza di cose, tende a considerare i militari come “rinforzo” operativo. Il problema non è servire lo Stato: il problema è essere usati come manovalanza di seconda schiera, mentre si è formati per una missione diversa, con un addestramento, una preparazione e un ethos che non possono essere sprecati in una routine di piantonamento senza prospettiva.

Se davvero si vuole mettere ordine, la soluzione non è cosmetica e non sta nei saluti istituzionali o nei video di circostanza. Serve un cambio di impostazione, fatto di decisioni nette.
Primo: tutele giuridiche, professionali ed economiche devono essere omogenee per tutti coloro che operano nella sicurezza interna con responsabilità analoghe. Non è sostenibile che chi indossa l’uniforme e presidia gli stessi punti sensibili abbia protezioni differenti solo per “etichetta amministrativa” o per tradizioni di ordinamento. L’estensione delle tutele alle Forze Armate impiegate in sicurezza non è un favore: è un principio di equità operativa.
Secondo: bisogna colmare il vuoto sugli strumenti. Se si impiegano militari in contesti urbani e di ordine pubblico “di fatto”, allora si deve definire chiaramente quali strumenti di coercizione passiva siano consentiti, con regole semplici, formazione, procedure e responsabilità precise. Non si può lasciare il personale nel limbo: troppo esposto per non intervenire, troppo scoperto per intervenire bene.
Terzo: la prospettiva annunciata dei 12.000 Carabinieri ausiliari può diventare finalmente l’occasione giusta — non per fare concorrenza interna, ma per rimettere ogni componente al proprio posto naturale. Se l’obiettivo è rafforzare la sicurezza sul territorio con personale dotato di pieni poteri di polizia, allora bene: si liberi davvero l’Esercito dai compiti da “vigilante notturno” in cui è sottoimpiegato rispetto al proprio valore. L’Esercito serve per prontezza, addestramento, capacità operative, deterrenza strategica. Non per essere la toppa permanente alle presunte carenze altrui.

Infine, c’è un fatto politico che non va ignorato: la discussione interna alla maggioranza sul ridimensionamento di Strade Sicure ha mostrato quanto sia fragile la linea di comando quando il tema diventa bandiera. La “battaglia” persa dal ministro Crosetto sul taglio dei numeri è una spia: finché Strade Sicure resterà terreno di propaganda, i militari resteranno in mezzo, esposti e strumentalizzati.
Lo Stato deve scegliere: o i militari sono parte piena del sistema sicurezza – con tutele e strumenti coerenti – oppure si abbia il coraggio di ridisegnare l’impiego e restituire alle Forze Armate ciò per cui esistono: la difesa, la prontezza e la credibilità operativa. Tutto il resto sono parole. E le parole, quando sei in turno davanti a una stazione, non ti proteggono.

Decreto Sicurezza, scudo a metà: perché l’Esercito resta la Cenerentola della sicurezza
Fonte: https://www.usmia.it/decreto-sicurezza/
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