Torino, l’interposizione e il punto cieco dello Stato: perché il problema non è di chi governa, ma ciò che sta nel mezzo

ClintClintClint RoomSicurezza5 giorni fa308 Visualizzazioni

Ogni volta che in Italia esplode un episodio di violenza grave, ogni volta che l’ordine pubblico viene messo seriamente in discussione e che la criminalità o la violenza politica salgono di livello, l’opinione pubblica tende istintivamente a individuare nel Governo il responsabile principale, accusandolo di incapacità, di debolezza o di inadeguatezza nel garantire sicurezza e legalità. È una reazione comprensibile, perché offre una risposta semplice a un problema complesso, ma è anche una reazione fuorviante, perché ignora un elemento strutturale fondamentale del sistema: ciò che accade tra la legge scritta e la sua applicazione concreta.

Il punto, infatti, non è stabilire se il Governo legiferi o meno, né se introduca pene più severe o procedure più stringenti, perché negli ultimi anni, indipendentemente dal colore politico, gli interventi normativi non sono mancati. Il punto reale è capire perché queste leggi, una volta approvate, producano risultati sempre più modesti sul piano della deterrenza e del contrasto effettivo alla criminalità. Ed è qui che emerge con forza il problema dell’interposizione, ovvero di quel livello intermedio che si colloca tra la volontà politica e l’effetto reale della norma, trasformandola spesso da strumento chiaro in meccanismo opaco.

Il salto qualitativo della violenza

L’ultimo evento di Torino rappresenta un caso emblematico di questa dinamica. Quello che è accaduto non può essere liquidato come una semplice protesta degenerata o come uno scontro occasionale tra manifestanti e forze dell’ordine, perché le modalità operative, gli strumenti impiegati e la qualità della violenza osservata raccontano una realtà ben diversa. Martelli, molotov, bombe carta riempite di chiodi, pietre lanciate con catapulte e persino dispositivi jammer utilizzati per impedire le comunicazioni operative non sono elementi compatibili con una manifestazione, ma indicano un salto qualitativo che merita di essere analizzato con categorie diverse.

Quando si osservano questi eventi con uno sguardo tecnico e non ideologico, diventa evidente che l’impiego coordinato di strumenti contundenti idonei a causare lesioni letali, di ordigni incendiari improvvisati, di esplosivi artigianali arricchiti con elementi di frammentazione, di sistemi di lancio a distanza e, soprattutto, di dispositivi finalizzati a degradare o interrompere le comunicazioni dell’avversario, non rappresenta una semplice escalation della violenza né una protesta degenerata, ma l’applicazione deliberata di una strategia di combattimento. Non si è di fronte a un’aggressione organizzata nel senso generico del termine, bensì all’adozione consapevole di modalità operative che rientrano a pieno titolo nella logica dell’azione militare e para-militare pianificata.

Nella dottrina militare, in particolare in quella relativa al combattimento asimmetrico e irregolare, l’abbattimento o il degrado delle comunicazioni del nemico costituisce uno dei primi obiettivi operativi, perché la capacità di comando, controllo e coordinamento è ciò che consente a una forza di mantenere coesione, superiorità informativa e dominio dello spazio. Quando questa capacità viene compromessa, l’unità colpita non perde soltanto efficienza operativa, ma diventa vulnerabile alla confusione, alla frammentazione e all’isolamento dei singoli elementi, con un impatto diretto sulla sua capacità di reagire in modo coerente e proporzionato.

A questo si affianca, in modo altrettanto tipico della dottrina di combattimento, l’uso di azioni violente ad alto impatto fisico e psicologico, finalizzate non tanto alla distruzione immediata dell’avversario quanto alla saturazione sensoriale, alla distrazione e alla rottura del dispositivo difensivo. L’obiettivo non è colpire un singolo bersaglio, ma creare un ambiente caotico in cui il difensore sia costretto a disperdere risorse, perdere il quadro situazionale e reagire in modo disarticolato, secondo schemi ampiamente studiati nei conflitti irregolari e nelle operazioni di guerriglia urbana.

Letti attraverso questa chiave, gli eventi di Torino presentano tutte le caratteristiche di attacchi organizzati, pianificati e condotti secondo logiche di combattimento asimmetrico, in cui la combinazione di interruzione delle comunicazioni, pressione fisica diretta sugli operatori, uso di ordigni improvvisati e frammentazione del fronte difensivo non è casuale, ma risponde a schemi tattici ben noti. Definire queste azioni come attacchi organizzati di natura para-militare non è una forzatura linguistica né una scelta politica, ma una descrizione tecnica aderente ai fatti, ed è proprio questa natura, sistematicamente sottovalutata o diluita nel linguaggio dell’ordine pubblico, a rendere ancora più grave il fenomeno dell’interposizione.

Le parole del Governo e il problema che viene dopo

In questo contesto si inseriscono le parole di Giorgia Meloni, che ha parlato apertamente di criminalità organizzata e di tentato omicidio nei confronti degli agenti feriti, ponendo l’accento non su una lettura ideologica degli eventi, ma sulla loro qualificazione oggettiva. Tuttavia, il problema non è ciò che viene detto nell’immediatezza dell’evento, bensì ciò che accade dopo, quando il sistema entra nella sua fase silenziosa ma decisiva, quella in cui la legge dovrebbe produrre effetti concreti e coerenti.

È in questa fase che l’interposizione mostra il suo volto più dannoso. Da un lato, chi aggredisce lo Stato percepisce che l’esito della propria azione non è automatico, che esistono margini di attenuazione, di giustificazione e di riqualificazione che possono ridurre la portata delle responsabilità individuali. Dall’altro lato, chi è chiamato a intervenire per contenere quella violenza sa che, oltre al rischio fisico immediato, dovrà affrontare un rischio giuridico successivo, spesso lungo, logorante e imprevedibile, perché ogni gesto verrà analizzato a posteriori, fuori dal contesto operativo reale in cui è stato compiuto.

Questa asimmetria produce un effetto sistemico devastante, perché indebolisce contemporaneamente la deterrenza verso chi attacca e la fiducia di chi difende, generando un corto circuito in cui la violenza percepisce spazio e l’autorità percepisce vincoli sempre più stringenti. Non è una questione di schieramenti politici, ma di funzionamento dello Stato.

Il ruolo del giudice e la discrezionalità interpretativa

Arriviamo così al secondo nodo, quello più delicato e strutturale: il ruolo del giudice e la sua reale capacità di essere superparte. In teoria, il giudice dovrebbe applicare la legge in modo scevro da condizionamenti politici o ideologici, limitandosi a valutare i fatti alla luce delle norme. In pratica, però, il sistema italiano attribuisce al giudice un margine interpretativo enorme, un margine che diventa problematico quando si inserisce in un contesto attraversato da culture giuridiche, sensibilità politiche e appartenenze associative riconoscibili.

Non si tratta di sostenere che la magistratura sia un partito o che i giudici agiscano sistematicamente per motivi politici, ma di riconoscere che, in un sistema ad alta discrezionalità interpretativa, l’orientamento culturale di chi giudica può incidere in modo determinante sull’esito concreto della legge. Quando la norma non viene semplicemente applicata, ma interpretata in modo estensivo o selettivo, il confine tra diritto e visione del mondo si assottiglia, e la legge rischia di cessare di essere una regola uguale per tutti per diventare una narrazione adattabile al contesto.

Storicamente, questo fenomeno si inserisce anche in una linea di frattura culturale ben nota. La destra, nel corso del tempo, ha tendenzialmente assunto una posizione più orientata alla certezza della pena, alla funzione deterrente della legge e alla tutela dell’ordine pubblico, mentre la sinistra, soprattutto nelle sue componenti più ideologiche, ha spesso privilegiato una lettura sociale del fenomeno criminale, arrivando talvolta a giustificare comportamenti gravi in nome del contesto, del disagio o della contrapposizione politica. Non si tratta di assolutizzare questa distinzione, ma di riconoscerne l’esistenza e il peso nel dibattito pubblico e giuridico.

Il risultato è che il problema non risiede nel Governo di turno, né esclusivamente nelle forze dell’ordine, ma proprio in quella parte di mezzo che, attraverso l’interpretazione della legge, finisce per condizionarne l’efficacia reale. Un Governo può cambiare, le maggioranze possono alternarsi, ma se il livello di interposizione continua a filtrare la norma secondo sensibilità ideologiche, nessuna riforma potrà mai produrre gli effetti promessi.

La questione, allora, non è invocare pene sempre più dure o attaccare indistintamente la magistratura, ma riportare il sistema a un equilibrio in cui il giudice torni a essere realmente superparte, non per virtù individuale, ma per struttura istituzionale. Questo significa ridurre la discrezionalità opaca, aumentare la trasparenza delle motivazioni, rendere più rigorosi i criteri di applicazione di attenuanti e scriminanti nei casi di violenza grave e organizzata, e soprattutto ristabilire una coerenza chiara tra la legge scritta e la legge applicata.

Perché senza coerenza non esiste prevedibilità, e senza prevedibilità non esiste deterrenza. E senza deterrenza, uno Stato non governa la sicurezza, la rincorre.

La democrazia non è ambiguità

Torino, in questo senso, non è un’eccezione, ma un segnale. Un segnale che indica cosa accade quando lo Stato non riconosce il livello reale della minaccia che ha di fronte e risponde con strumenti inadeguati. Se non si affronta il problema dell’interposizione, se non si riafferma con forza che la legge deve seguire la legge e non l’ideologia di chi la interpreta, allora la conseguenza sarà una progressiva erosione della credibilità dello Stato, con effetti diretti sulla sicurezza dei cittadini e sulla tenuta stessa della democrazia.

La democrazia non è debolezza, né indulgenza verso la violenza, ma equilibrio, responsabilità e giustizia.

E uno Stato che vuole restare democratico, sano e sicuro deve avere il coraggio di dirlo senza ambiguità: la legge non è una narrazione, è una regola, e come tale deve tornare a essere applicata.

Torino, l’interposizione e il punto cieco dello Stato: perché il problema non è di chi governa, ma ciò che sta nel mezzo
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Al secolo Danilo Amelotti, Sottufficiale Incursore in congedo del 9º Reggimento d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin" e Security Expert. Youtuber e TikToker con oltre 33.000 follower

3 Commenti

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    Loris

    2 Febbraio 2026 / alle 2:34 Rispondi

    Interessante

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    Rita

    2 Febbraio 2026 / alle 16:49 Rispondi

    Ci stiamo preparando alla Rinascita delle BR

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    Francesco

    2 Febbraio 2026 / alle 21:48 Rispondi

    Interessante

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