Mentre il regime iraniano affoga nel sangue le proteste di piazza, la Casa Bianca si prepara a mosse che potrebbero cambiare il volto del Medio Oriente. Donald Trump, con l’esercito americano al suo fianco, valuta “opzioni molto concrete” per rispondere alla brutale repressione. Il mondo osserva col fiato sospeso: sarà l’inizio della “decapitazione del serpente”?
Il vertice di martedì alla Casa Bianca, che vedrà riuniti il Presidente Donald Trump con il Segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il generale Dan Caine, non è una semplice consultazione. È il punto di svolta di una strategia che abbandona l’interventismo classico per abbracciare un approccio più diretto e spregiudicato. Le parole di Trump, “sembra che stiano iniziando a farlo”, riferendosi al superamento della “linea rossa” con l’uccisione dei manifestanti, segnano l’inizio di una nuova fase.
La brutale repressione in Iran, con un bilancio che secondo alcune fonti dell’opposizione e la Fondazione Nobel Mohammadi avrebbe raggiunto i 2.000 morti nelle ultime 48 ore, ha fornito a Washington il pretesto per considerare un intervento che va ben oltre le sanzioni economiche. L’amministrazione Trump non mira a un “nation-building” lento e costoso, ma ad agire come un risolutore geopolitico: un attore che interviene per troncare la minaccia alla radice, mirando alla “decapitazione” di un regime ostile attraverso colpi rapidi, precisi e letali.
Le opzioni sul tavolo, studiate nei minimi dettagli dal Pentagono, non prevedono un’invasione di terra, ma una serie di azioni coordinate per paralizzare la capacità del regime di resistere.

L’incontro alla Casa Bianca servirà a presentare al Presidente un ventaglio di interventi basati sulle tecnologie più avanzate e sulla proiezione di forza rapida.
Il Pentagono starebbe affinando piani per attacchi mirati che puntano a paralizzare il regime senza l’impiego di truppe massicce al suolo:

È l’opzione che permette di colpire restando “invisibili”, neutralizzando la capacità repressiva del regime dall’interno:
Gli USA potrebbero agire come “moltiplicatore di forza” per la resistenza interna e per le forze armate regolari (Artesh) spinte alla defezione:
Poiché l’Iran ha minacciato di colpire Israele e le basi americane, il piano include una componente difensiva di ferro:

Il rischio maggiore rimane la possibile chiusura dello stretto di Hormuz da parte iraniana. Sebbene il Pentagono disponga di capacità di sminamento e scorta navale senza pari, un blocco, anche temporaneo, farebbe schizzare il prezzo del greggio, mettendo a rischio la stabilità economica globale. Questa è la carta più pericolosa nelle mani di Khamenei, ed è l’ostacolo principale che il “risolutore” Trump dovrà superare per completare l’operazione.






