Per comprendere davvero la situazione nel Golfo bisogna partire da lontano, cioè dall’evento che ha cambiato in profondità gli equilibri regionali: la rivoluzione iraniana del 1979 e l’avvento del regime degli ayatollah. Da quel momento l’Iran non è stato più soltanto un grande Paese del Medio Oriente, ma è diventato un attore ideologico e geopolitico deciso a ridefinire i rapporti di forza nell’intera area.
L’errore occidentale, e in particolare europeo, è stato per lungo tempo quello di sottovalutare la natura del nuovo potere iraniano. La caduta dello Shah, alleato degli Stati Uniti, fu letta da molti come una semplice sostituzione di influenza; in realtà segnò l’emersione di un soggetto rivoluzionario con una propria visione espansionistica, radicata tanto nell’ideologia quanto nella lunga memoria imperiale persiana.
A intuire subito il cambiamento fu Saddam Hussein. Vedendo l’Iran post-rivoluzionario momentaneamente isolato e non più sostenuto da Washington come ai tempi dello Shah, Baghdad colse l’occasione per regolare i conti e provare a impadronirsi di aree strategiche e ricche di petrolio. Nacque così la lunga guerra Iran-Iraq.
All’inizio il conflitto sembrò favorire l’Iraq, grazie alla spinta delle sue forze corazzate. Ma l’Iran reagì facendo leva su un forte sentimento nazionale, che consentì al regime di mobilitare la popolazione e di evitare la sconfitta. Non riuscì a vincere in modo decisivo, ma ottenne due risultati fondamentali: sopravvisse e consolidò il proprio potere interno.
La guerra, infatti, falcidiò i quadri professionali dell’esercito e dell’aeronautica iraniana, riducendo progressivamente la possibilità di una vera alternativa al dominio clericale. Da quel momento il potere degli ayatollah si ampliò ulteriormente, mentre l’Iran iniziava a proporsi come potenza regionale antagonista rispetto a tutte le altre realtà del Golfo.

Il confronto diretto con gli Stati Uniti divenne inevitabile. Già nel 1987, durante la cosiddetta “guerra delle petroliere”, Washington intervenne per impedire che Teheran minacciasse la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il traffico energetico internazionale. Gli americani colpirono unità iraniane e ristabilirono l’ordine nell’area, rassicurando i Paesi sunniti del Golfo.
Quella presenza americana, dunque, non nasce come un’ingerenza astratta o gratuita: è, prima di tutto, una presenza richiesta dagli Stati della regione, che percepiscono la minaccia iraniana come concreta ed esistenziale.
Nella prima guerra del Golfo, George H. W. Bush inflisse una lezione severa a Saddam Hussein ma evitò di rovesciarlo, comprendendo che l’equilibrio regionale imponeva di non distruggere del tutto il potere iracheno. Nella seconda guerra del Golfo, invece, gli Stati Uniti commisero un errore strategico decisivo: invasero l’Iraq senza avere un progetto politico e statale credibile per il dopo-Saddam.
Quel vuoto favorì la penetrazione iraniana in un Paese a forte componente sciita. Successivamente, durante la guerra contro l’ISIS, si produsse perfino una convergenza paradossale tra interessi occidentali e interessi iraniani. Ma anche questa fase fu sfruttata da Teheran per espandere la propria influenza.
È qui che emerge con chiarezza la strategia iraniana: costruire una proiezione di potenza che, passando per Iraq, Siria e Libano, arrivi fino al Mediterraneo. La cosiddetta “mezzaluna sciita” non è soltanto una formula giornalistica, ma il perno di un disegno geopolitico preciso: avere profondità strategica, consolidare la presa su più teatri e ridurre la dipendenza dal solo accesso al Golfo e dallo Stretto di Hormuz.
Accanto a questa direttrice settentrionale, Teheran ha cercato anche una pressione verso sud e verso il Mar Rosso, nel tentativo di accerchiare la Penisola Arabica e condizionare le vie marittime regionali.

Eppure l’Iran non è affatto un monolite. È un Paese di circa 90 milioni di abitanti, con una composizione etnica articolata: la maggioranza è persiana, ma sono presenti anche grandi minoranze azere, curde e beluci. Inoltre, la popolazione è molto giovane: una quota enorme degli iraniani ha meno di trent’anni e non ha partecipato alla rivoluzione del 1979.
L’urbanizzazione ha ulteriormente trasformato la società. Nelle città, soprattutto tra i giovani, i social network e i rapporti con la diaspora iraniana in Europa e negli Stati Uniti hanno aperto canali di comunicazione e confronto con l’esterno. La diaspora, composta da milioni di persone spesso ben integrate e benestanti, costituisce un fattore da non sottovalutare per il futuro del Paese.
Il potere reale, però, è saldamente nelle mani di una minoranza organizzata. Da un lato c’è l’apparato religioso; dall’altro i Pasdaran, che non sono solo una forza militare, ma una struttura politico-militare ed economica che controlla vasti settori dell’economia nazionale. A completare il sistema ci sono le milizie usate per il controllo interno e la repressione del dissenso.
Questa configurazione rende il regime duro da abbattere, ma non invulnerabile. Le tensioni etniche, le fratture sociali e il malcontento giovanile rappresentano altrettanti punti di pressione. Perfino l’esercito regolare, al di là dei vertici, è composto in larga misura da coscritti provenienti da quella stessa fascia di popolazione che spesso protesta contro il regime.

I Paesi del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita, si sentono profondamente minacciati dall’espansionismo iraniano. Gli attacchi, le intimidazioni e la capacità di Teheran di agire direttamente o per procura hanno rafforzato la convinzione che la protezione americana resti indispensabile.
In questo quadro va letta anche la variabile Israele. Fino a pochi decenni fa il principale antagonista di Israele era il mondo arabo sunnita. Oggi, invece, il nemico strategico prioritario è l’Iran. L’ostilità del regime iraniano verso Israele non nasce soltanto da una retorica ideologica, ma risponde anche a una precisa esigenza geopolitica: costruire un nemico esterno capace di legittimare l’espansione iraniana in Siria e in Libano e di mobilitare il consenso interno e regionale.
Accanto a Israele, un altro competitor è la Turchia di Erdoğan, potenza regionale ambiziosa che gioca su più tavoli: resta nella NATO, mantiene rapporti con Washington, ma tratta con grande pragmatismo anche con il mondo arabo e con altri attori regionali, seguendo una logica di interesse nazionale.
Da non trascurare, infine, il ruolo dell’Azerbaigian e della questione azera in Iran, così come quello del Kurdistan iracheno. Entrambi i fattori potrebbero diventare, in caso di crisi interna iraniana, elementi di forte destabilizzazione.

Il punto decisivo, però, è un altro. Se si guarda la crisi del Golfo solo come uno scontro regionale o come l’ennesimo confronto tra Stati Uniti e Iran, si perde il quadro d’insieme. Il vero significato strategico di questa partita riguarda la competizione tra Washington e Pechino.
Gli Stati Uniti oggi non dipendono più in modo vitale dalle risorse energetiche del Golfo. I loro alleati, sia in Occidente sia in Asia, hanno in larga parte diversificato le fonti di approvvigionamento. Anche eventuali carenze provocate dalla guerra sarebbero dolorose ma gestibili, con costi più elevati ma non tali da produrre uno shock energetico devastante per l’economia mondiale.
Inoltre, gli Stati arabi del Golfo si sono attrezzati per ridurre la dipendenza totale dallo Stretto di Hormuz, costruendo oleodotti e gasdotti che sboccano sul Mar Arabico e sul Mar Rosso. Questo significa che, pur subendo danni in caso di conflitto, riuscirebbero almeno in parte a compensarli con l’aumento dei prezzi internazionali dell’energia.
Chi invece avrebbe molto da perdere è la Cina. Dopo le difficoltà sul fronte venezuelano, Pechino resta fortemente esposta alla necessità di procurarsi energia dall’estero a costi sostenibili. Se anche l’Iran diventasse un fornitore meno accessibile o sottoposto a un controllo indiretto americano, la vulnerabilità strategica cinese aumenterebbe in modo considerevole.
La Russia, dal canto suo, potrebbe perfino trarre vantaggio dalla situazione, alleggerendo la pressione delle sanzioni e vendendo più facilmente il proprio petrolio, soprattutto all’India. E Washington potrebbe tollerarlo, perché l’India è un concorrente regionale della Cina, non degli Stati Uniti.

In questo scenario cambia anche la percezione di Israele nei Paesi del Golfo. Di fronte alla minaccia iraniana, il vecchio nemico può diventare un partner. È questa la logica profonda che ha alimentato i Patti di Abramo: non solo normalizzazione diplomatica, ma tentativo di costruire un’area economica e strategica in cui Israele e monarchie del Golfo cooperino in funzione anti-iraniana e, indirettamente, anti-cinese.
Nel progetto americano, a questo sistema dovrebbe essere ricondotto anche l’Iraq. Sarebbe una soluzione utile sia per stabilizzare l’area sia per costruire una rete di sviluppo e sicurezza favorevole agli interessi statunitensi.
Per questo risulta superficiale l’idea di un’America ingenua, priva di visione strategica. Al contrario, la logica che emerge è quella di una grande strategia che punta a colpire il principale competitor globale con il minimo sforzo diretto possibile: contenere la Cina intervenendo sulla sua debolezza essenziale, cioè l’energia.

Sul piano militare, la guerra contemporanea si gioca sempre più nei domini aereo, aerospaziale, cibernetico e cognitivo. E proprio quest’ultimo è oggi decisivo quanto, se non più, dello scontro cinetico.
La guerra cognitiva consente di apparire vincitori anche quando sul terreno o nei cieli si è stati duramente colpiti. In questo campo l’Iran ha sviluppato una narrativa efficace: presentarsi come vittima di aggressioni esterne, mobilitare il sentimento antioccidentale e colpire soprattutto il punto debole europeo, cioè il senso di colpa storico, il disorientamento strategico e la tendenza alla paralisi politica.
Gli Stati Uniti comunicano in modo più efficace verso le popolazioni del Golfo e verso gli iraniani, molto meno verso l’opinione pubblica europea, che appare spesso incapace di leggere la crisi in termini di potenza e di interessi.
Sul piano operativo, l’Iran ha costruito negli anni una notevole capacità missilistica e dronistica, anche grazie a collaborazioni esterne. Missili e droni gli consentono di minacciare basi americane, infrastrutture e Paesi vicini, non necessariamente per vincere sul piano convenzionale, ma per intimidire, destabilizzare e scoraggiare un coinvolgimento più diretto degli avversari.
Israele, invece, dispone di una superiorità aerea e di intelligence nettissima, accompagnata da una notevole capacità di operazioni speciali e di infiltrazione. Il problema non è se Israele possa colpire l’Iran, ma fino a che punto gli Stati Uniti intendano spingere l’escalation.

Invadere un Paese di 90 milioni di abitanti sarebbe un’impresa enormemente costosa. Per questo, se l’obiettivo finale fosse davvero il cambio di regime, la strada più plausibile non sarebbe un’occupazione diretta, ma l’uso delle contraddizioni interne dell’Iran.
In questa prospettiva, il fulcro armato di una possibile trasformazione potrebbe essere composto da due elementi: da un lato parti dell’esercito regolare, formato da coscritti e quindi da giovani spesso ostili al regime; dall’altro le minoranze etniche, in particolare curdi, azeri e beluci. Se un eventuale mutamento interno coinvolgesse l’esercito, si eviterebbe almeno in parte il caos che seguì alla caduta del regime iracheno.
Chi sono, allora, le prime vittime di questa guerra cognitiva? Da una parte i Paesi europei, spesso incapaci di visione strategica e con opinioni pubbliche facilmente terrorizzabili o manipolabili. Dall’altra le masse iraniane più ideologizzate e fanatiche, tenute in piedi da una narrativa che le convince di essere protagoniste di una resistenza eroica, mentre in realtà sostengono un regime che le impoverisce sempre di più.
È questo il paradosso: sul piano della percezione si può risultare vincitori anche quando, sul piano materiale, si è stati duramente colpiti. E in assenza di una chiara comprensione strategica, l’Europa rischia ancora una volta di restare spettatrice passiva di una partita che ridefinisce gli equilibri globali.
In fondo, il messaggio è semplice: non siamo davanti a una crisi locale, ma a una mossa di portata sistemica. Nel Golfo si gioca molto più del futuro dell’Iran o della sicurezza di Israele. Si gioca una parte rilevante dello scontro tra Stati Uniti e Cina. E mentre altri muovono pezzi sulla scacchiera, l’Europa continua a dormire.

Golfo, Iran e grande strategia americana: perché la partita decisiva riguarda la Cina






