Genova si prepara ad accogliere l’Adunata Nazionale degli Alpini nel 2026, ma il clima è già stato surriscaldato da un episodio che, pur risolvendosi con una lettera di scuse, scoperchia un vaso di Pandora culturale non indifferente. La definizione di “pagliacciata” per descrivere l’imminente evento, non è solo una caduta di stile individuale, ma il sintomo di un’infezione ideologica che per decenni ha tentato di trasformare il servizio alla Patria in un bersaglio polemico.
Nella lettera di rettifica, si riconduce l’insulto a una mera preoccupazione per la viabilità di una Genova ancora ferita dal crollo del Ponte Morandi. Una giustificazione che merita un’analisi più attenta. È singolare come, in certe aree del pensiero politico, i grandi eventi di massa siano tollerati o celebrati quando riguardano le manifestazioni di protesta o l’intrattenimento radicale, ma diventino improvvisamente “insostenibili per il traffico” quando a sfilare sono le Penne Nere.
Il termine “pagliacciata” non appartiene al lessico dell’urbanistica; appartiene a quello della delegittimazione. È il riflesso condizionato di chi, cresciuto tra i miti dell’antimilitarismo militante, non riesce a vedere nell’uniforme nient’altro che un nemico, ignorando sistematicamente il ruolo degli Alpini come colonna portante della Protezione Civile e della solidarietà nazionale.
Per anni, i movimenti antagonisti hanno inculcato l’idea che ogni manifestazione militare, anche se puramente commemorativa o associativa, fosse una “provocazione”. Questa visione ha alimentato una cultura del sospetto che oggi si scontra con la realtà dei fatti: gli Alpini sono gli stessi che tutti noi la abbiamo visto spalare il fango durante le alluvioni di Genova.
C’è un paradosso profondo in questo antimilitarismo da tastiera: si invoca l’aiuto dei militari nel momento dell’emergenza, ma si disprezza la loro identità e i loro simboli nel momento della celebrazione. È un approccio “à la carte” alla cittadinanza, dove il dovere del soldato è preteso, ma il suo onore è facoltativo.
Il problema rimane politico e culturale. L’Adunata degli Alpini non è solo un afflusso di 400.000 persone; è il rinnovarsi di un patto tra generazioni, è il ricordo di chi è “andato avanti” e la celebrazione di un volontariato che non ha eguali in Europa.
In un momento storico in cui la parola “guerra” torna a bussare ai confini del continente, l’Italia non può permettersi il lusso di un antimilitarismo infantile e pregiudiziale. La difesa di un Paese passa anche dal rispetto per chi quel Paese lo ha costruito e lo sostiene quotidianamente.
Genova saprà accogliere gli Alpini con l’abbraccio che meritano. Resta da capire quanto tempo ci vorrà perché certe frange della società civile comprendano che una divisa non è un costume da “pagliaccio”, ma l’abito di chi ha scelto di servire il bene comune senza chiedere nulla in cambio.

Genova, Alpini sotto Attacco - la Deriva Antimilitaristica Fuori dal Tempo






