Follia: perché Crosetto ha ragione sul muro britannico nel GCAP

CONDORALEXCONDORALEXAeronauticaIndustria3 giorni fa138 Visualizzazioni

ROMA — Chiamarla “segretezza” è già un eufemismo. Se davvero, come sostiene Guido Crosetto, il Regno Unito continua a trattenere tecnologia chiave dentro il programma GCAP, allora non siamo davanti a una normale prudenza industriale: siamo davanti a un errore strategico. E sì, “follia” è la parola giusta.

Perché un caccia di sesta generazione non è un aereo “da montare insieme” a compartimenti stagni, dove ognuno consegna il suo pezzo e torna a casa. È un sistema digitale complesso, costruito su integrazione profonda: software, sensor fusion, guerra elettronica, collegamenti dati, materiali, propulsione, architetture di missione. Se una delle tre gambe del tavolo si rifiuta di far vedere davvero cosa c’è sotto il cofano, il tavolo non regge. E il progetto rischia di diventare una somma di silos incompatibili, non un’unica capacità condivisa.

Il futuro del combattimento aereo: il concept del velivolo GCAP di sesta generazione
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La logica: non condividere con gli alleati significa indebolirsi

Crosetto mette il dito sul punto più scomodo: tenersi strette le tecnologie decisive mentre si chiede agli altri di investire miliardi significa trasformare i partner in “clienti” e non in alleati. Ma un’alleanza industriale, se è vera, funziona al contrario: la condivisione serve a costruire interdipendenza, quindi deterrenza e resilienza. La ritrosia non protegge il programma: lo rende più fragile, più lento, più caro.

Ed è qui che l’accusa diventa geopolitica. Se il GCAP rallenta, si frantuma o si impantana in sospetti reciproci, chi ci guadagna? Gli avversari. Russia e Cina non hanno bisogno che gli alleati cedano segreti: basta che litighino, duplicando costi e ritardando la messa in linea. Crosetto non sta facendo retorica: sta descrivendo una dinamica classica, dove la mancanza di fiducia interna diventa moltiplicatore di vantaggio esterno.

Il precedente: “barriere di egoismo” non è uno slogan, è un rischio di governance

Non è la prima volta che il ministro lancia l’allarme. Dopo le frasi a Reuters, tornare sul tema con Defense News significa una cosa: secondo Roma, il problema non è stato risolto. E se non lo si risolve adesso, diventa strutturale.

In questi programmi il potere non è solo chi produce cosa, ma chi controlla gli standard e chi possiede le chiavi del software. Tenere tutto “in cassaforte” può sembrare un vantaggio nazionale nel breve periodo; nel medio periodo è il modo più rapido per far nascere frizioni, sospetti e — inevitabilmente — richieste di contromisure: duplicazioni interne, protezionismi incrociati, sub-progetti alternativi. Il risultato? Meno efficienza, meno interoperabilità, più costi.

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La scelta italiana: dare l’esempio con Leonardo

La parte più concreta (e più politicamente impegnativa) del ragionamento di Crosetto è questa: “noi iniziamo”. Dire di aver ordinato a Leonardo di condividere tecnologia è una mossa che ribalta il tavolo: l’Italia si espone per prima, mette sul piatto asset reali e prova a costringere gli altri a fare altrettanto.

È anche un messaggio interno: se la spesa cresce, il Paese deve vedere un ritorno in termini di autonomia tecnologica e capacità industriale, non solo un biglietto d’ingresso. E qui il discorso diventa inevitabilmente politico: quando i numeri aumentano, l’opinione pubblica e il Parlamento chiedono “cosa otteniamo in cambio?”. Se la risposta è “non tutto, perché qualcuno non condivide”, la sostenibilità del programma si indebolisce.

L’illusione della “cooperazione facile”

Il GCAP è spesso raccontato come più fluido di altri progetti europei. Ma la fluidità non è un’etichetta: è una pratica quotidiana di trasparenza e reciproco accesso. Una collaborazione trilaterale funziona solo se tutti hanno pari dignità tecnologica nel perimetro concordato. Se una nazione decide unilateralmente che alcune aree sono off-limits, la cooperazione diventa asimmetrica. E l’asimmetria, nel tempo, crea reazioni.

È per questo che l’idea di una struttura industriale comune (come Edgewing) deve avere un contenuto reale e non solo un marchio: senza regole chiare sulla condivisione e sulle “scatole nere”, il rischio è di costruire una joint venture che coordina contratti, ma non integra davvero la tecnologia.

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Roma e Tokyo: partnership solida, e proprio per questo serve chiarezza

Il fatto che Giorgia Meloni e Sanae Takaichi abbiano ribadito soddisfazione sui progressi è un segnale importante: Italia e Giappone vogliono che il programma vada avanti. Ma proprio quando la cornice politica è positiva, è il momento giusto per risolvere i nodi duri — quelli che, se lasciati incancrenire, esplodono più avanti quando è troppo tardi e troppo costoso tornare indietro.

Conclusione: la condivisione non è beneficenza, è deterrenza

La tesi di Crosetto, letta senza pregiudizi, è pragmatica: nel 2026 la superiorità aerea non si compra solo con l’hardware, ma con il dominio dell’architettura digitale. Se il Regno Unito vuole davvero un GCAP forte, credibile e in tempi utili, deve trattare Italia e Giappone come pari anche nel cuore tecnologico del progetto.

Non condividere con gli alleati, oggi, non è prudenza: è un regalo agli avversari. Ed è esattamente per questo che Crosetto parla di “follia”.

Follia: perché Crosetto ha ragione sul muro britannico nel GCAP

Fonte: https://www.defensenews.com/global/europe/2026/01/30/madness-italys-crosetto-slams-british-secrecy-on-gcap-fighter-jet/

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Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor. Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET e DIFESANEWS.COM. Blogger e informatico di professione

Un Commento

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    Giuseppe

    3 Febbraio 2026 / alle 19:47 Rispondi

    Mi jnteressano i Vostri articoli di difesa con focus sull’Italia

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