Da Bravo Two Zero all’inchiesta britannica di oggi sui SAS in Afghanistan: quando salvare o uccidere un civile cambia il volto della missione. E della propria vita

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Nel 1991, nel deserto iracheno, un bambino scopre per caso una pattuglia del SAS infiltrata dietro le linee nemiche. I militari britannici sanno che, lasciandolo andare, potrebbero compromettere l’intera operazione. Potrebbero fermarlo definitivamente, eliminando il rischio che dia l’allarme. Decidono invece di risparmiarlo.

Il bambino fugge e avverte gli iracheni.

È uno dei passaggi più ricordati di Bravo Two Zero, il libro best-seller nel quale Andy McNab racconta la drammatica missione condotta nel gennaio 1991 da una pattuglia dello Special Air Service durante la Guerra del Golfo.

Trentacinque anni dopo, il SAS è al centro di un’inchiesta pubblica su episodi di segno completamente opposto: civili afghani che, secondo alcune testimonianze, potrebbero essere stati uccisi durante incursioni notturne pur non rappresentando una minaccia.

Due scenari differenti, due guerre differenti e due generazioni di operatori speciali. Ma una domanda comune: che cosa accade quando, durante una missione, un militare deve decidere se la persona che ha davanti è un civile da proteggere, un possibile testimone da neutralizzare o un nemico pronto a colpire?

Il bambino che poteva compromettere la missione

Nel racconto di McNab, la pattuglia Bravo Two Zero era composta da otto uomini del 22° SAS ed era stata infiltrata nell’Iraq occidentale durante l’operazione Desert Storm.

L’obiettivo era operare in profondità dietro le linee nemiche, osservare i movimenti iracheni e colpire infrastrutture o sistemi collegati ai missili balistici Scud.

La missione si complicò quasi immediatamente. Le comunicazioni non funzionavano come previsto, la presenza militare irachena nella zona era superiore alle attese e il terreno offriva poche possibilità di occultamento.

Poi arrivò il bambino.

Secondo il racconto pubblicato da McNab, un giovane pastore iracheno individuò il nascondiglio della pattuglia. Gli uomini del SAS si trovarono di fronte a una scelta estrema: ucciderlo per proteggere la missione oppure lasciarlo andare, accettando il rischio che potesse avvertire le forze irachene.

Il bambino venne risparmiato.

Poco dopo la zona fu raggiunta da militari e uomini armati iracheni. La pattuglia dovette abbandonare la posizione e iniziò una lunga fuga nel deserto, conclusa tragicamente: tre uomini morirono, quattro furono catturati e soltanto Chris Ryan riuscì a raggiungere la Siria.

Il gesto di risparmiare il bambino viene spesso ricordato come una decisione moralmente giusta ma militarmente disastrosa. È però troppo semplice ridurre quanto accaduto a una scelta tra umanità ed efficacia.

Non è possibile stabilire con certezza che l’intera missione fallì esclusivamente a causa del giovane pastore. La pattuglia era già in difficoltà, aveva problemi nelle comunicazioni e operava in una zona più popolata e controllata di quanto previsto.

Ma il dilemma morale descritto in quelle pagine mantiene intatta la propria forza.

Quando la scelta giusta diventa una condanna

Per un reparto speciale la sorpresa, la segretezza e l’occultamento sono spesso condizioni indispensabili per sopravvivere.

Un civile che scopre una pattuglia può diventare, anche senza volerlo, una minaccia per l’intera unità. Può riferire ciò che ha visto, indicare una posizione o provocare l’arrivo delle forze nemiche.

Ma un bambino disarmato resta un bambino disarmato.

La decisione di non ucciderlo separa l’azione militare dall’omicidio. Stabilisce che la necessità operativa non può automaticamente cancellare ogni limite.

Gli uomini di Bravo Two Zero pagarono un prezzo enorme. La missione fallì, alcuni morirono, altri furono feriti, catturati, interrogati e torturati.

Anche chi sopravvisse dovette convivere per il resto della propria vita con ciò che era accaduto nel deserto.

È proprio questo il punto centrale: nelle operazioni speciali le decisioni prese in pochi secondi non modificano soltanto l’esito di una missione. Possono determinare la morte dei compagni, la sorte dei civili e la capacità del militare di convivere, negli anni successivi, con le proprie azioni.

Risparmiare una vita può significare mettere in pericolo la propria. Uccidere una persona per eliminare un rischio può invece permettere di sopravvivere fisicamente, lasciando una ferita morale destinata a non chiudersi.

Dall’Iraq all’Afghanistan

L’attuale inchiesta pubblica britannica sulle operazioni condotte in Afghanistan tra il 2010 e il 2013 racconta uno scenario molto diverso.

Non si parla di una pattuglia isolata, in fuga dietro le linee nemiche e scoperta accidentalmente da un bambino. Si parla di operazioni pianificate di cattura, incursioni notturne e persone che si trovavano già sotto il controllo delle forze britanniche.

L’Independent Inquiry relating to Afghanistan sta esaminando accuse secondo cui alcuni operatori delle UK Special Forces avrebbero ucciso illegalmente civili e uomini afghani in età da combattimento, presentandoli successivamente come persone che avevano tentato di afferrare un’arma o attaccare i militari.

L’inchiesta non ha ancora pronunciato conclusioni definitive e le accuse non possono essere considerate responsabilità già accertate. Deve stabilire se vi siano state esecuzioni extragiudiziali, se le indagini della polizia militare siano state adeguate e se qualcuno abbia cercato di nascondere eventuali condotte illecite.

Le testimonianze raccolte sono però estremamente gravi.

Alcuni militari hanno riferito di aver sospettato l’esistenza di una pratica attraverso la quale uomini afghani venivano uccisi anche quando non rappresentavano una minaccia immediata. Un testimone ha parlato della possibile uccisione di tutti i maschi in età da combattimento presenti su determinati obiettivi.

Altri hanno contestato la ripetitività delle ricostruzioni ufficiali, nelle quali persone appena arrestate o separate dagli altri abitanti avrebbero improvvisamente trovato un’arma e attaccato operatori altamente addestrati.

I tre agricoltori uccisi nell’Helmand

L’ultima testimonianza emersa, riportata dal Times, riguarda un’incursione condotta nel luglio 2012 nel villaggio di Rahim, nel distretto di Nahr-e-Saraj, nella provincia afghana di Helmand. Christopher Green, allora capitano dei Grenadier Guards, ha raccontato che tre giovani uomini furono uccisi nella loro abitazione durante un’operazione notturna delle Forze Speciali britanniche.

Secondo Green, le forze convenzionali presenti sul territorio non disponevano di informazioni che collegassero quei tre uomini ai talebani. Nella comunità locale erano considerati agricoltori. L’ufficiale chiese quindi su quali elementi d’intelligence fosse stata autorizzata l’operazione e tentò di ottenere le registrazioni video prodotte durante il raid. La richiesta non avrebbe avuto seguito.

Quando espresse i propri dubbi a un ufficiale di collegamento del SAS, Green sostiene di essere stato definito un «Taliban-loving apologist», un difensore o simpatizzante dei talebani. La sua testimonianza non dimostra da sola che i tre uomini siano stati uccisi illegalmente. Sarà l’inchiesta a dover esaminare i documenti, le registrazioni disponibili, le testimonianze e la catena di comando.

Rivela però un problema più profondo: il rischio che chi solleva dubbi sulla condotta di un reparto speciale venga considerato sleale, ingenuo o addirittura vicino al nemico. Green ha parlato di una cultura di “eccezionalismo”, nella quale alcuni appartenenti alle Forze Speciali avrebbero ritenuto di non essere sottoposti agli stessi controlli applicati al resto delle Forze Armate.

Salvare i civili non è debolezza

Le Forze Speciali operano negli ambienti più difficili, spesso con informazioni incomplete e con tempi decisionali ridotti a pochi secondi.

Pretendere che ogni scelta sia semplice, limpida e priva di conseguenze significa non comprendere la guerra.

Ma riconoscere la complessità non significa eliminare i limiti.

La protezione dei civili non è un ostacolo imposto dall’esterno all’efficacia militare. È parte dell’efficacia stessa.

In Afghanistan, la morte di civili durante le incursioni notturne contribuì a deteriorare il rapporto tra la popolazione, il governo di Kabul e le forze internazionali. Le preoccupazioni raggiunsero anche l’allora presidente afghano Hamid Karzai, mentre alcune forze partner afghane divennero riluttanti a operare accanto a determinate unità britanniche.

Un reparto può vincere ogni scontro tattico e perdere comunque la campagna.

Può eliminare un sospetto, irrompere in un edificio e rientrare alla base senza perdite. Ma se l’uomo ucciso era innocente, se la sua famiglia assiste alla scena o se il villaggio considera l’operazione un’esecuzione, il risultato può essere la nascita di nuovi nemici.

La popolazione non è semplicemente lo sfondo sul quale si combatte. Nelle campagne controinsurrezionali è uno degli elementi decisivi del conflitto.

Uccidere un civile può compromettere anni di rapporti costruiti dalle unità convenzionali, delegittimare le istituzioni locali e trasformare una vittoria notturna in una sconfitta strategica.

Il pericolo dell’eccezionalismo

Il prestigio delle Forze Speciali nasce dalla selezione, dall’addestramento e dalla capacità di assumersi responsabilità che altri reparti non potrebbero sostenere. Proprio per questo, tuttavia, l’autonomia operativa deve essere accompagnata da controlli rigorosi.

L’idea che un reparto d’élite possa agire al di sopra delle procedure perché composto dai migliori rappresenta un pericolo per la stessa istituzione militare.

L’eccellenza non consiste nell’avere meno regole. Consiste nel riuscire a rispettarle anche nelle circostanze nelle quali sarebbe più facile ignorarle. Quando la segretezza necessaria alle operazioni diventa protezione dall’accertamento delle responsabilità, il confine tra riservatezza e impunità rischia di scomparire.

Le accuse esaminate dall’inchiesta britannica riguardano anche questo: non soltanto ciò che potrebbe essere accaduto durante i raid, ma il modo in cui i sospetti furono ricevuti, valutati e trasmessi alla polizia militare.

L’inchiesta dovrà stabilire se le istituzioni abbiano cercato realmente la verità oppure abbiano protetto la reputazione del reparto.

Il nemico che resta dentro

Esiste infine una dimensione che nessun rapporto operativo può misurare completamente.

È quella della coscienza individuale.

Un militare può essere assolto da un tribunale e continuare a sentirsi colpevole. Può avere agito nel rispetto delle regole e domandarsi comunque se avrebbe potuto scegliere diversamente. Può avere salvato un civile e attribuire a quella decisione la morte dei propri compagni.

Oppure può scoprire, anni dopo, che l’uomo ucciso durante una missione non era il nemico descritto dall’intelligence.

Le decisioni prese durante un’incursione non finiscono quando l’elicottero rientra alla base.

Seguono gli operatori nelle loro famiglie, nel congedo, nel sonno e nella memoria.

È per questo che regole d’ingaggio chiare, una catena di comando responsabile e un debriefing onesto non servono soltanto a proteggere i civili. Servono anche a proteggere i militari dal peso di decisioni che non dovrebbero mai essere lasciate esclusivamente all’istinto, alla rabbia o alla pressione del risultato.

Due immagini dello stesso reparto

Da una parte rimane l’immagine raccontata in Bravo Two Zero: uomini isolati nel deserto che accettano di correre un rischio enorme pur di non uccidere un bambino.

Dall’altra ci sono le accuse oggi esaminate dall’inchiesta britannica: persone afghane che potrebbero essere state eliminate senza rappresentare una minaccia reale e ufficiali che sostengono di essere stati screditati quando tentarono di chiedere spiegazioni.

Non è ancora possibile sapere quali accuse saranno confermate.

È però già possibile comprendere perché questa inchiesta sia importante.

Il valore di una Forza Speciale non si misura soltanto dalla capacità di raggiungere un obiettivo, colpire un bersaglio o sopravvivere in territorio nemico. Si misura anche dalla capacità di distinguere chi deve essere combattuto da chi deve essere protetto.

Nel 1991, almeno secondo il racconto di Andy McNab, quella distinzione ebbe il volto di un bambino lasciato libero di correre nel deserto.

In Afghanistan potrebbe avere avuto il volto di tre agricoltori uccisi nella propria casa.

È in quello spazio, tra la necessità di sopravvivere e l’obbligo di restare uomini, che una missione cambia volto.

E, spesso, anche la vita di chi vi ha partecipato.

Fonti:

https://www.iia.independent-inquiry.uk/documents

https://www.thetimes.com/uk/defence/article/afghanistan-inquiry-sas-farmer-deaths-taliban-cxmwn77km

Da Bravo Two Zero all’inchiesta britannica di oggi sui SAS in Afghanistan: quando salvare o uccidere un civile cambia il volto della missione. E della propria vita
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Al secolo Alessandro Generotti, C.le magg. Paracadutista in congedo. Brevetto Paracadutista Militare nº 192806. 186º RGT Par. Folgore/5º BTG. Par. El Alamein/XIII Cp. Par. Condor. Fondatore e amministratore del sito web BRIGATAFOLGORE.NET e DIFESANEWS.COM. Blogger e informatico di professione

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