Il tema della sicurezza torna a generare tensioni e divisioni all’interno della maggioranza di governo in merito al futuro dell’operazione “Strade Sicure”. Al centro del dibattito politico vi è, da un lato, la forte spinta della Lega per potenziare la presenza militare nelle città italiane; dall’altro, la linea prudente e riformista del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che frena sugli utilizzi puramente scenografici delle Forze Armate, ricordando l’intento già manifestato nei mesi scorsi di alleggerire progressivamente il contingente dell’Esercito impiegato in compiti impropri.
Attraverso una risoluzione presentata alla Camera (con primo firmatario Eugenio Zoffili), la Lega ha chiesto con decisione di portare a 10.000 le unità dell’Esercito impiegate nel presidio di stazioni, piazze e capoluoghi di provincia, stimando un investimento di circa 109 milioni di euro all’anno. Secondo il partito guidato da Matteo Salvini, la misura risulterebbe indispensabile per coprire ben 61 capoluoghi attualmente sprovvisti di presidi armati, rappresentando una risposta diretta e immediata alla microcriminalità.
La risposta del ministro della Difesa Guido Crosetto non si è fatta attendere. Attraverso un intervento pubblico via social, Crosetto ha rispedito al mittente le richieste di un uso puramente scenografico delle divise, mettendo in guardia contro iniziative di facciata:
«Si vogliono mettere in campo subito i militari? Basta che non sia per motivi solo ‘estetici’, per far vedere qualche mimetica per strada. Se poi li si vuole operativi e, come chiedono alcuni, si vogliono le forze speciali nelle zone a rischio delle città, a fianco delle forze di polizia, basta renderlo legalmente possibile. Quindi più che una risoluzione si acceleri il disegno di riordino della Difesa e si inseriscano le norme che si ritengono utili a contrastare una criminalità sempre più odiosa», ha dichiarato il ministro.
La posizione di Crosetto si inserisce in una coerenza di fondo: già nei mesi scorsi, il titolare della Difesa aveva tentato di correggere e ridurre il perimetro di “Strade Sicure”, rimarcando la necessità di restituire i militari alle loro funzioni e missioni istituzionali originarie, anziché distoglierli dall’addestramento e dagli impegni internazionali.

La divergenza all’interno dell’esecutivo affonda le radici anche nei rigidi vincoli normativi che regolano l’operazione. I militari impegnati in “Strade Sicure”, pur agendo con la qualifica di agenti di pubblica sicurezza, non dispongono dei poteri di polizia giudiziaria necessari per compiere autonomamente arresti o indagini.
Per questo motivo, la linea strategica del Ministero della Difesa punta a superare l’impiego strutturale dell’Esercito nell’ordine pubblico – specialmente alla luce del complesso scenario geopolitico internazionale – favorendo un graduale passaggio di consegne alle forze di polizia tradizionali.

Strade Sicure: diciotto anni al servizio della sicurezza dei cittadini






