Ci sono date che restano incise nel DNA di una nazione non per le vittorie, ma per il peso del silenzio che hanno lasciato. Il 3 marzo 1977 è una di queste. Oggi, a 49 anni di distanza, il ricordo di quel pomeriggio nebbioso sulle pendici del Monte Serra, nei pressi di Calci (Pisa), non è solo un atto di commemorazione, ma un pilastro dell’identità per la Marina Militare, l’Aeronautica e l’intero comparto della Difesa.
Erano le 15:05 quando il C-130H Hercules, nominativo radio “Vega-10”, appartenente alla 46ª Aerobrigata, staccò le ruote dalla pista dell’aeroporto di Pisa-San Giusto. A bordo, l’entusiasmo della giovinezza: 38 Allievi della Prima Classe dell’Accademia Navale di Livorno. Ragazzi poco più che diciottenni, impegnati in un volo di ambientamento che avrebbe dovuto essere un battesimo dell’aria, un momento di formazione verso una vita dedicata al servizio del Paese.
Insieme a loro, il Sottotenente di Vascello Emilio Attramini, ufficiale inquadratore, e i 5 membri dell’equipaggio dell’Aeronautica Militare, professionisti esperti che quel giorno condividevano lo stesso destino.

Solo cinque minuti dopo il decollo, alle 15:10, il dramma. Per cause mai del tutto chiarite — tra cui la fitta nebbia che avvolgeva i rilievi pisani e una virata improvvisa — il colosso alato impattò contro le pendici del Monte Serra. Non ci furono sopravvissuti.
Quarantaquattro vite spezzate in un istante. Una generazione di futuri ufficiali che non avrebbe mai visto il mare dalla plancia di una nave, ma che sarebbe rimasta per sempre “Invitta”, come il nome del corso che i loro compagni rimasti a terra scelsero per onorarli: il Corso Invicti.
Il dolore di quel 3 marzo unì l’Italia intera. Ai funerali solenni presenziò l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone, ma fu l’abbraccio della gente comune a testimoniare quanto profonda fosse la ferita.
Oggi, il Sacrario eretto sul luogo dell’impatto è meta di pellegrinaggio silenzioso. Quei nomi scolpiti nel marmo non sono polvere, ma radici. La tragedia del Vega-10 insegna che il servizio verso la Patria comporta rischi estremi, accettati con una dignità che merita un rispetto eterno.
“Il loro ricordo è parte della nostra identità. Anche per loro, il nostro impegno quotidiano.”
A mezzo secolo (quasi) da quel giorno, il legame tra l’Accademia Navale e la comunità di Calci resta indissolubile. Ricordare i ragazzi del Vega-10 significa rinnovare ogni giorno la promessa di servire il Paese con la stessa purezza e dedizione che quegli allievi portavano nei loro cuori mentre l’Hercules si alzava in volo per l’ultima volta.
In quel tragico pomeriggio sul Monte Serra, il destino spezzò le vite di 44 servitori dello Stato. Ecco i loro nomi e il significato profondo che il loro sacrificio ha lasciato in eredità alla Marina Militare.

Equipaggio (Aeronautica Militare – 46ª Aerobrigata):
Ufficiale Inquadratore (Marina Militare):
I 38 Allievi della 1ª Classe (Accademia Navale):
Salvatore Caputo, Giovanni Castaldi, Giuseppe D’Alì, Sandro De Angelis, Antonio Giallonardi, Vincenzo Gaglio, Corrado Verdone, Guido Verna, Davide Tomatis, Alberto Ganu, Matteo Carnevale, e i loro compagni che oggi riposano insieme nel Sacrario del Monte Serra.

Il lato umano più toccante di questa vicenda risiede nella reazione dei sopravvissuti, i compagni di classe rimasti a terra o impegnati in altre attività quel giorno.
Il loro sacrificio ha trasformato il Monte Serra in un luogo sacro: il Faro-Sacrario, inaugurato nel 1979, continua a brillare ogni notte, ricordando ai naviganti e a chi vola che il dovere e la memoria sono luci che nessuna nebbia può spegnere.

3 Marzo 1977: Il Sacrificio del Vega-10. Una Ferita Aperta nel Cuore della Difesa
Fonte: https://www.difesa.it/primopiano/3-marzo-1977-la-tragedia-del-monte-serra/90912.html
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